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Pochi privati nelle banche italiane

di Stefano Righi

La conferma è arrivata puntuale: le imminenti operazioni sul capitale cambieranno i pesi all’interno delle principali banche italiane. Non tutti gli azionisti potranno (o vorranno) sottoscrivere le operazioni in via di perfezionamento e così cambierà la geografia del potere all’interno dei santuari del credito. Il caso più evidente è in Intesa Sanpaolo dove due storici partner privati — la finanziaria Carlo Tassara che fa capo a Romain Zaleski e i francesi del Crédit Agricole — non apriranno il portafoglio per rispondere alla chiamata del fresco sposo Corrado Passera. Il braccio operativo del gruppo Zaleski è alle prese con una impegnativa cura dimagrante dopo gli eccessi di finanza del recente passato, mentre i francesi non sono nelle condizioni di crescere perché impegnati, nei confronti dell’Antitrust italiano, a dismettere la loro partecipazione in Cà de Sass non appena le condizioni di mercato lo consentiranno. Passi indietro La mancata sottoscrizione di Tassara e Crédit Agricole attiverà i contrappesi previsti. L’aumento è tutt’altro che a rischio, le condizioni previste sembrano incontrare i favori del mercato e degli analisti, ma la tendenza in atto appare evidente: nel capitale della prima banca per presenza sul territorio italiano ci saranno meno privati e più istituzioni, meno rappresentanti dell’industria e della finanza e più degli enti di origine bancaria. Per dirla con le parole di Jean Azema, numero 1 dell’assicuratrice francese Groupama, molto interessata a crescere sul mercato italiano delle polizze: la crisi favorisce il ritorno di modelli superati. Sia detto chiaramente: Crédit Agricole e Tassara non potevano fare diversamente, ma gli aumenti di capitale sulla rampa di lancio evidenziano ancora una volta la debolezza della struttura proprietaria delle principali aziende italiane. Ricordate cos’è successo con Parmalat solamente poche settimane fa? Scelte obbligate Il vero problema, nelle aziende e in quelle creditizie in modo particolare, è che non c’è alternativa al modello attuale. La mancata risposta di alcuni soci, è la spia del fatto che la componente «altra» del capitale delle banche, la componente non riconducibile alle fondazioni, è estremamente fragile e questo è l’elemento estremo della debolezza della tenuta del capitale privato. Dalla scomparsa dei banchieri, insomma, siamo al diradarsi dei soci dei banchieri stessi: non solo non ci sono più gli uni, ma scarseggiano gli altri. Di contro, le fondazioni confermano in questo momento la loro straordinaria tenuta e compattezza. Dentro Intesa Sanpaolo ci sono Cariplo, Cr Bologna, Padova &Rovigo, l’Ente Cassa Firenze, la Compagnia di Sanpaolo e altre fondazioni ancora. Ci sono anche le Assicurazioni Generali, altro colosso della finanza italiana che controlla il 4,555 per cento, che però decideranno sull’aumento in base alle indicazioni che verranno fornite al management dai tecnici di casa. La spinta popolare Alla compattezza delle fondazioni di origine bancaria, ha fatto eco negli ultimi dieci giorni la posizione delle banche popolari, soprattutto alla luce delle dichiarazioni di due personaggi molto influenti nel mondo del credito cooperativo, il presidente dell’Associazione di categoria e del Banco Popolare, Carlo Fratta Pasini e il presidente del Consiglio di gestione di Ubi, Emilio Zanetti. Cosa hanno detto i due? In buona sostanza che i tempi sono maturi per arrivare a un elevamento del tetto al possesso azionario nel capitale delle banche popolari che potrebbe salire, per tutti, dallo 0,5 per cento all’ 1 per cento, mentre i fondi pensione, gli organismi collettivi di risparmio e le Fondazioni potranno arrivare al 3 per cento. L’inedita alleanza nasconde una finalità comune: la stabilità delle istituzioni creditizie e la capacità di tenere la rotta anche nei momenti più difficili. Nulla di male dunque, anzi, ma è indubbio che sta cambiando, nel dna, l’assetto proprietario di molti soggetti del credito. Lo slogan «meno stato e più mercato» è scritto su un foglio di carta ormai stropicciata e buttata alle spalle. Quale sarà il prossimo? Chi paga cash Non mancano i casi contrari, quelli in cui i privati son pronti (e ben contenti) di aprire il portafoglio. Accade a Siena, dove il vicepresidente e secondo azionista del Monte dei Paschi (con il 3,923 per cento), Francesco Gaetano Caltagirone, è pronto a sottoscrivere cash la sua quota dell’aumento da 1,47 miliardi di euro. In questo caso si sfiora il paradosso, perché mentre il privato Caltagirone può permettersi di investire nel futuro del Montepaschi in contanti, il primo azionista di Banca Mps, la Fondazione Monte dei Paschi di Siena, che controlla il 55,489 per cento del capitale votante deve far ricorso a un prestito bancario (IntesaSanpaolo, Unicredit e altre) per mantenere la maggioranza assoluta nel terzo istituto di credito (per sportelli) presente sul territorio italiano. Certo, c’è una bella differenza tra quanto dovrà mettere sul tavolo Caltagirone (meno di 60 milioni) e la quota di spettanza della Fondazione che fa capo a Gabriello Mancini (poco più di 800 milioni di euro). Ma il paradosso resta e la volontà di controllo sul Monte impone sacrifici e rinunce pesanti, anche capaci di ingrossare, come in questo caso, conti dei concorrenti della banca amica.

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