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Poche lettere in più non escludono la concorrenza sleale

Costituisce concorrenza sleale l’uso del termine già utilizzato da un altro imprenditore, anche se il concorrente aggiunge poche lettere che, comunque, non consentono di escludere la confusione tra prodotti e servizi delle due imprese. È questa la conclusione a cui è giunto il tribunale di Catanzaro, sezione specializzata in materia d’impresa in un’ordinanza del 2 febbraio.
Con provvedimento del settembre 2017 il giudice monocratico del tribunale calabrese aveva inibito a una Srl l’uso del segno distintivo riprodotto nella propria insegna e già esistente in quella di un’altra società. Contro il divieto la Srl ha presentato reclamo, sostenendo che non era stata provata la notorietà del segno distintivo usato anche dalla ricorrente, quindi non si poteva affermare l’esistenza di un atto di concorrenza idoneo a creare confusione. Peraltro, le due società svolgono le proprie attività in due luoghi distanti e dunque, ha aggiunto la reclamante, l’utilizzo di una medesima insegna non può determinare alcuna confusione.
Il tribunale respinge il reclamo. I giudici ricordano che per potersi ipotizzare la concorrenza sleale è necessario, innanzitutto, che due o più imprenditori esercitino contemporaneamente la medesima attività nello stesso territorio. Anche la clientela deve essere comune, e questo requisito non va inteso come identità soggettiva degli acquirente dei prodotti, ma è dato «dall’insieme dei consumatori che sentono il medesimo bisogno di mercato». L’illecito in questione richiede inoltre che sia accertato se, «con qualunque mezzo, siano stati posti in essere atti idonei a creare confusione con i prodotti e le attività del concorrente». Si tratta di una verifica – precisa il tribunale – che va effettuata «in via globale e sintetica», dal momento che la valutazione del giudice «si sovrappone concettualmente a quella che compie il consumatore».
In questo caso la società resistente utilizzava l’insegna, costituita da un’unica parola, sin dagli anni Settanta, mentre la reclamante aveva aggiunto allo stesso segno distintivo solo la propria ragione sociale.
Troppo poco, secondo i giudici di Catanzaro, per potersi escludere la confusione. Infatti, «l’attenzione del pubblico si concentra maggiormente sull’elemento posizionato per primo»; tanto più che l’aggiunta non è sufficiente a superare «l’identità visiva e fonetica» delle due insegne, giacché quella della Srl reclamante riproduce integralmente «il “cuore” del disegno distintivo» dell’altra società. Che, peraltro, aveva pure dimostrato che alcuni suoi clienti avevano effettuato acquisti nel negozio della Srl, ritenendo che quest’ultima fosse una sua sede secondaria. Così il tribunale ha confermato l’ordinanza emessa dal giudice monocratico.

Antonino Porracciolo

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