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Una Pmi su tre a rischio liquidità Servono tra 25 e 37 miliardi

La lenta ripresa messa a segno dalle piccole e medie imprese fino alla fine 2019 e il conseguente rafforzamento della loro solidità finanziaria e dei profili di resilienza, potrebbero non bastare per reggere l’urto del Covid-19. Lo choc è senza precedenti e rischia di tradursi in contrazioni dei ricavi del 12,8% quest’anno, con un recupero insufficiente (11,2%) nel 2021. Al posto del tendenziale progresso dei fatturati che era previsto prima della pandemia, ora siamo di fonte a una perdita potenziale di 227 miliardi nel biennio 2020-2021, che potrebbero salire a 300 miliardi nell’ipotesi più pessimistica di una ripresa dei contagi. È quanto emerge dal nuovo Rapporto regionale PMI 2020, realizzato da Confindustria e Cerved, in collaborazione con SRM-Studi e Ricerche per il Mezzogiorno.

Un’analisi condotta sui bilanci delle Pmi simula l’evoluzione del cashflow e indica che più di un terzo delle 156mila società analizzate (60mila unità secondo lo scenario base e 70mila in caso di una nuova ondata di contagi dopo l’estate) potrebbero entrare in crisi di liquidità prima della fine dell’anno. «Per superare questa fase, sostengono gli analisti, sono necessarie iniezioni di liquidità tra i 25 e i 37 miliardi di euro, che potrebbero sostenere queste Pmi ed evitare costi sociali molto importanti (sono 1,8 milioni i lavoratori impiegati nelle aziende più a rischio)». Naturalmente l’impatto della crisi è differenziato nelle regioni e nei settori, a conseguenza dei lockdown e delle progressive tappe di riapertura. Ma dagli indicatori del Cerved Group Score emerge con chiarezza che alla fine della crisi gli squilibri regionali potrebbero ulteriormente ampliarsi: in sostanza, l’emergenza sanitaria dovrebbe produrre maggiori effetti sui conti economici delle Pmi che operano nel Nord ma lasciare ferite più profonde nel Mezzogiorno, in termini di struttura finanziaria e di capacità di rimanere sul mercato.

Le probabilità di default delle imprese evidenziano un netto aumento della rischiosità, con una quota di società a maggiore probabilità di insolvenza che potrebbe aumentare dall’8,4% al 13,9%. Mentre in caso di recidive del contagio, la quota potrebbe arrivare al 18,8%. Per effetto di fondamentali più fragili – spiegano gli autori del Rapporto – il divario in termini di rischio delle regioni del Centro-Sud con il resto del Paese si amplierebbe ulteriormente: «In uno scenario pessimistico, sarebbero classificate come rischiose il 26% delle Pmi meridionali (una quota che arriva al 64,4% considerando anche quella delle vulnerabili) e il 22,9% di quelle del Centro (58,7%), contro percentuali pari al 14,2% (42,6%) nel Nord-Est e al 14,8% nel Nord-Ovest (43,8%)».

Quello che serve è «una decisiva svolta di policy», conclude il Rapporto: si dovrebbe considerare la prosecuzione delle misure a sostegno della liquidità delle imprese adottate nei mesi scorsi per poi alzare subito lo sguardo alle riforme strutturali. Il presidente della Piccola Industria di Confindustria, Carlo Robiglio, lo ha detto molto chiaramente, aprendo la presentazione del Rapporto: «Oggi la nostra sfida non è tanto con chi è o meno nostro simpatizzante a livello europeo. Noi la sfida da giocare ce l’abbiamo in casa. È una sorta di derby con noi stessi. È la sfida delle riforme». Quella che abbiamo di fronte ora – ha aggiunto – «è la sfida di utilizzare questi 209 miliardi che arriveranno come volano di sviluppo. Se saremo in grado, tutti insieme, di passare da una visione più votata all’assistenzialismo ad una visione più per lo sviluppo potremmo creare opportunità e vantaggio competitivo per il Paese». E «per fare tutto ciò servono in primis grandi riforme ma serve soprattutto una grande pubblica amministrazione».

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