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Pmi terrorizzate dai giudici

Si chiamano prud’hommes, letteralmente uomini saggi e prudenti, ma sono il terrore di ogni piccolo e medio imprenditore francese. Guai a finire davanti a un conseil prud’homale, per il licenziamento di un dipendente, per un demansionamento, per un rimprovero o una lettera di sospensione. Insomma, guai a incappare nella giurisdizione di questi collegi arbitrali le cui origini affondano nella storia stessa della Francia (fu il re Filippo il Bello, nel XIII secolo, a costituire il primo conseil prud’homale composto di 24 prud’hommes con l’incarico di risolvere le piccole liti tra sudditi e tra sudditi e monarchia).

Guai a finire davanti a un conseil, dicevamo, perché è dimostrato, statistiche alla mano, che questi prud’hommes, che oggi rappresentano il primo grado della giurisdizione sul lavoro, come da noi i pretori, danno sempre, immancabilmente, ragione ai lavoratori e condannano, sempre e immancabilmente, i datori di lavoro.

Reintegri e multe pesanti, indennizzi e risarcimenti talmente alti da costringere spesso gli imprenditori, soprattutto i piccoli e i piccolissimi, a vendere, a passare la mano, se non addirittura a chiudere.

La ragione di questi eccessi, che la nuova legge sul lavoro della ministra Myriam El Komri vorrebbe limitare mettendo un tetto agli indennizzi economici, sta nel fatto che i prud’hommes non sono come i nostri giudici di pace, avvocati, laureati in legge, magistrati in pensione, insomma gente che conosce il diritto e la legislazione, selezionata (almeno sulla carta) per competenza ed esperienza, ma quasi dei rappresentanti sindacali dei lavoratori, delle imprese e degli enti locali.

«Sono gli ultimi giacobini», protesta il direttore del personale di un’azienda metalmeccanica di Saint-Denis, periferia operaia di Parigi, con una cinquantina di dipendenti, «ma il fatto più grave è che l’attuale Code du travail non mette un limite al livello degli indennizzi. E così anche il licenziamento, legittimo, di un apprendista può costare decine di migliaia di euro, oltre al reintegro».

La legge El Komri, che da settimane sta infiammando la Francia con scioperi, manifestazioni, cortei studenteschi e che arriva in aula per il voto finale il 3 maggio prossimo dopo mesi e mesi di via crucis parlamentare con migliaia di emendamenti che hanno assoupli, come si dice qui, ridotto il suo potenziale innovativo, prevedeva infatti nella sua versione originale un drastico ridimensionamento dei poteri dei prud’hommes, stabilendo un montant des indemnisations, un tetto per i licenziamenti sans cause réelle et sérieuse, senza giusta causa e giustificato motivo come prevedeva il nostro vecchio (e già dimenticato) articolo 18.

Ma, alla fine del lunghissimo iter parlamentare, anche questo montant è saltato, causa proteste del sindacato e della sinistra radicale, e il governo, per evitare il peggio, cioè lo smantellamento definitivo di una legge che somiglia molto al Jobs act renziano, ha preferito fermarsi a un barème indicatif, a un’indicazione di massima a cui i prud’hommes dovranno attenersi ma senza esserne vincolati. Insomma, un compromesso talmente al ribasso che ha spinto le organizzazioni delle piccole e medie imprese a preparare un dossier con i casi più gravi di ingiustizia sul lavoro. Vale la pena raccontare qualcuna di queste storie. Con nome e cognome.

C’è il caso, per esempio, di una storica fabbrica tessile di Calais, La Desseilles, con una sessantina di dipendenti. È stata condannata a riassumere tre dipendenti (salariés protégés) su 26 licenziati per ragioni economiche (l’azienda è in crisi e nel 2013 è finita in amministrazione controllata, anticamera della liquidazione) e a risarcirli con 750 mila euro. Con quale conseguenza? Che la famiglia proprietaria della tessitura alla fine ha accettato l’offerta di un gruppo cinese (Yongshen) e ha chiuso, non senza rimpianto, la sua storia industriale. «L’anno scorso abbiamo registrato 800 mila euro di perdite su un fatturato di 7 milioni. Dove trovarli i 750 mila euro per indennizzare i tre operai reintegrati? Ora ci penseranno i cinesi, se vogliono», conclude amaro l’avvocato Olivier Lopez, difensore dell’azienda.

Andiamo a Digione, alla Métallerie Moreau, una piccolissima officina meccanica con due dipendenti. Il signor Moreau ha provato a licenziare un apprendista che si presentava al lavoro ubriaco. Niente da fare. Il conseil prud’homale di Digione lo ha condannato a risarcire l’apprendista con 13 mila euro «che ho dovuto pagare subito, anche se ho fatto appello, perché la sentenza dei prud’hommes è immediatamente esecutiva», racconta inviperito Moreau.

Regione dei Pirenei, Pyrénées Atlantique. Il proprietario di una piccola ditta di autotrasporto con una quarantina di autisti ha dovuto risarcire con 150 mila euro un suo ex dipendente in pensione che si era rivolto ai prud’hommes per denunciare il mancato pagamento di ore di lavoro non registrate dal cronotachigrafo del camion ma, a suo dire, fatte e segnate a mano, da lui stesso, su un foglio a parte. Non sono servite a nulla le testimonianze di altri colleghi e di clienti che hanno smentito l’autista. I prud’hommes hanno dato ragione all’autista. Si vedrà in appello, anche stavolta. «C’est un déni de justice», è un’ingiustizia, protestano gli avvocati che hanno collaborato al dossier. Ma la loi El Komri ormai è in dirittura d’arrivo e nessuno è riuscito a toccare i prud’hommes.

Giuseppe Corsentino

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