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Pmi, svalutazioni semplificate

Il nuovo principio contabile Oic9 consente un approccio semplificato alla determinazione delle perdite durevoli di valore delle immobilizzazioni materiali e immateriali rilevanti agli effetti di eventuali svalutazioni. Tale approccio, che si basa sulla capacità di ammortamento, è riservato alle società che non superano determinati limiti dimensionali; in particolare, si tratta delle società che per due esercizi consecutivi non superino due dei tre seguenti limiti:
numero medio dei dipendenti durante l’esercizio superiore a 250;
totale attivo di bilancio superiore a 20 milioni di euro;
ricavi netti delle vendite e delle prestazioni superiori a 40 milioni di euro.
La norma di riferimento del Codice civile è l’articolo 2426, n. 3, secondo il quale l’immobilizzazione che, alla data di chiusura dell’esercizio, risulti durevolmente di valore inferiore a quello determinato sulla base del costo di acquisto o di produzione, deve essere iscritta a tale minor valore.
In presenza di principi contabili meno dettagliati di quelli recentemente approvati, la previsione del Codice civile ha, in passato, suscitato dubbi interpretativi sia per quanto riguarda la nozione di valore da utilizzare (valore normale, valore d’uso, valore intrinseco) sia per quanto concerne la possibilità di una valutazione “per masse”, in luogo di quella analitica, del valore dei cespiti.
I termini della questione risultano più chiari dopo l’approvazione del nuovo Oic 9. Al termine della chiusura dell’esercizio, va verificato se si sono manifestati alcuni indicatori di perdite durevoli di valore che il paragrafo 13 del principio contabile elenca, in via meramente esemplificativa (tra questi segnaliamo mutazioni del contesto in cui opera la società che lasciano presupporre l’impossibilità di continuare a sfruttare in modo pieno la capacità produttiva esistente, evidente obsolescenza dell’attività, significativa riduzione del valore di mercato, eccetera).
Laddove gli indicatori si sono manifestati, non è comunque “automatico” svalutare l’immobilizzazione ma occorre accertare se il valore recuperabile della stessa – determinato sulla base della capacità di ammortamento dei futuri esercizi – sia almeno pari al suo valore di iscrizione in bilancio. Ciò significa, in altre parole, verificare se sussiste una capacità prospettica della gestione di assicurare l’equilibrio economico; se, cioè, i margini economici derivanti dall’utilizzo dei beni consentono di recuperare gli ammortamenti ancora da effettuare sul valore netto contabile.
L’orizzonte temporale di riferimento per la determinazione della capacità di ammortamento che la gestione mette a disposizione per il recupero dei cespiti iscritti in bilancio non supera, in via ordinaria, i cinque anni.
La svalutazione è obbligatoria quando gli ammortamenti relativi al cespite sono tali da determinare una perdita complessiva negli esercizi futuri in cui l’immobilizzazione è utilizzata; la circostanza che nel periodo temporale di riferimento (di regola, cinque anni) alcuni esercizi chiudano in perdita non comporta l’obbligo di svalutare, sempre che per altri esercizi sia dimostrata la capacità di produrre utili che compensino le perdite.
L’approccio basato sulla capacità di ammortamento non va applicato in modo analitico, cespite per cespite; può invece essere applicato considerando la capacità di ammortamento complessivo della società. In tal caso, eventuali perdite sono attribuite prioritariamente all’avviamento, se iscritto in bilancio, e successivamente agli altri cespiti, in proporzione al loro valore netto contabile. Qualora circostanza oggettive consentano l’imputazione diretta, la società attribuisce le perdite alle singole immobilizzazioni.
Il vantaggio rilevante dell’approccio semplificato rispetto a quello ordinario – che deve invece essere seguito dalle imprese con dimensioni superiori – sta anche nel non dover attualizzare i flussi di cassa e determinare il tasso di attualizzazione, calcoli di non semplice effettuazione; ne deriva una indubbia semplificazione in termini di oneri amministrativi che, altrimenti, risulterebbero sproporzionati per le piccole imprese.

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