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Pmi senza ossigeno oltre gli 8mila

di Giuseppe Chiellino e Attilio Geroni

«Abbiamo registrato i nostri marchi in Cina, Giappone e Corea del Sud e in quest'ultimo paese siamo in trattative con un concessionario per sviluppare la nostra presenza nel sud est asiatico. Abbiamo fatto tutto da soli. Anche dall'Ice, a cui siamo iscritti, tutte le volte che abbiamo chiesto assistenza concreta non abbiamo ottenuto molto». Bonaventura Smiraglio, direttore amministrativo e finanziario del gruppo Guglielmo, torrefazione con 13 milioni di fatturato nel profondo Sud, in provincia di Catanzaro, rappresenta l'esperienza di molte imprese che, davanti alla sostanziale stagnazione del mercato interno, si guardano intorno e cercano di intercettare la domanda nelle aree del mondo che stanno crescendo di più, dal Brasile al Far East. «L'obiettivo è di aumentare sensibilmente la quota di export, oggi all'8%» spiega Smiraglio.

Siamo partiti dal Sud per raccontare la sfida dell'internazionalizzazione che il sistema produttivo italiano deve affrontare in un mercato globale in continuo mutamento. In un settore completamente diverso ma con le stesse motivazioni si sta muovendo l'Ucimu, l'associazione dei produttori di robot per l'industria. «È vero, le aziende sono lasciate sole nell'espansione all'estero – conferma il presidente Giancarlo Losma – anche per questo abbiamo deciso di attivare in India una piattaforma per assistere nelle esportazioni le imprese associate. Una iniziativa che estenderemo anche alla Cina e che non sarà limitata ai produttori di macchine utensili ma si rivolgerà a tutta Federmeccanica».

«Nella lettura dei dati sul commercio con l'estero del 2010 – osserva Alessandra Lanza, responsabile dell'analisi economica di Prometeia – non bisogna dare troppa enfasi all'aumento del saldo negativo su cui incide pesantemente la componente energetica. Tuttavia non può passare in secondo piano la debolezza strutturale che impedisce alla maggior parte delle imprese italiane di aggredire con efficacia i mercati più lontani, dove più forte è la crescita». Un limite quantificato: «Oltre gli 8mila chilometri di distanza le nostre pmi non arrivano». I motivi? «Dimensioni troppo piccole, sistema paese debole e politica industriale inesistente, banche in ritardo nell'internazionalizzazione» elenca l'economista. «In questa situazione le imprese continuano a fare come sempre tutto da sole. Fanno miracoli se si pensa che hanno retto il confronto in mercati in cui governi forti investono molte risorse a difesa dell'industria nazionale». Senza contare che la stazza ridotta di moltissime imprese comporta un altro limite: «Pochi investimenti in ricerca & sviluppo» osserva Marco Valli, chief economist per l'Europa di Unicredit.

Che il 2010 non sia andato male nei conti con l'estero lo dimostrano i dati Istat. «Al netto dell'energia la nostra bilancia è migliorata» osserva Lorenzo Stanca, presidente del Gruppo economisti d'impresa. «Le esportazioni sono cresciute del 15,7%, un dato molto significativo e superiore al +14% del commercio mondiale. Vuol dire che abbiamo rosicchiato quote di mercato». Chissà cosa riuscirebbe a fare l'industria italiana se non fosse «abbandonata a se stessa» come sostiene Alberto Caprari, vicepresidente e direttore esecutivo della Caprari Pompe di Modena. «Parlo soprattutto delle pmi che rappresento come vicepresidente di Anima. Bistrattate dallo stato e dalle banche» aggiunge. E lancia una proposta «molto semplice: defiscalizzare per tre anni tutti i costi sostenuti per lo sviluppo commerciale all'estero. Peserebbe sull'erario ma sarebbe un investimento efficace».

Diversa è l'esperienza di Silvio Albini, alla guida del gruppo Albini, che esporta l'80% del fatturato. Produttore di tessuti per camicie alto di gamma, vendite 2010 a 115 milioni di euro rispetto ai 100 del 2009, ha intrapreso la strada dell'internazionalizzazione da almeno un ventennio. Oltre ai quattro stabilimenti italiani ne ha uno in Repubblica Ceca e un altro in Egitto: «Qui l'ambasciata e l'Ice ci sono state molto vicine, ed è stata di grande aiuto la presenza di una banca italiana. In Repubblica Ceca invece non ne abbiamo avuto bisogno. Ogni mercato richiede un approccio diverso, ma con molti uffici dell'Ice ci siamo trovati bene». Per il 2011, geopolitica e rincaro delle materie prime permettendo, le prospettive sono buone. Crescono mercati ricchi e maturi come la Germania, la Francia, la Svizzera e l'Austria, ma crescono ancora di più quelli del Far East e la Cina, «tanto che stiamo aprendo un ufficio a Shanghai, con personale nostro, per avere una presenza diretta ormai indispensabile».

«Come Sistema Moda Italia – dice il presidente Michele Tronconi – con Ice e Intesa Sanpaolo, abbiamo aperto nel 2008 un ufficio a Shanghai. È stato, credo, il primo settore produttivo italiano a farlo. Adesso andremo in una sede più grande perché continuano a crescere le richieste di assistenza». Per Tronconi resta importante, nella promozione internazionale la partnership tra pubblico e privato e definisce «un errore strategico» la riduzione delle risorse dell'Ice.
 

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