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Pmi record nei progetti hi-tech

Tanti gregari e pochi leader. Tra le start up ad alta tecnologia del Vecchio continente, quelle italiane, nel 13,3% dei casi, superano l’esame per entrare nei pool di ricerca premiati dai fondi Ue. Una su sette trova la strada giusta, record in Europa, visto che il dato medio per gli altri Paesi – messi sotto la lente da un’elaborazione della School of management del Politecnico di Milano – è dell’8 per cento. A seguire la Francia (con l’11,75% di micro-aziende coinvolte) e il Belgio (10,93%), mentre fanalino di coda è la Germania, con il 4,33 per cento. Ma se a livello di partecipazione l’Italia è al top, i risultati cambiano se si considerano solo le “capofila” dei team di ricerca: a spuntarla di un soffio sulla Germania (13,8%) è la Francia (14,3%), mentre il nostro Paese si ferma al 10 per cento.

«La classifica – spiega Massimo Colombo, ordinario di Economia del cambiamento tecnologico alla School of management del Politecnico di Milano – conferma la “fame” di fondi delle Pmi hi-tech italiane, che non trovano adeguati finanziamenti sul territorio nazionale». Secondo gli ultimi dati, infatti, l’Italia scommette sull’innovazione appena l’1,3% del Pil, rispetto a una media Ue del 2 per cento. «In quest’ottica – osserva Colombo – è di grande interesse analizzare i fattori che hanno ostacolato o favorito la partecipazione delle Pmi ai consorzi europei, sia in qualità di semplici “gregari” sia come coordinatori».

I progetti guidati da start up italiane sono più piccoli per numero di partecipanti (in media sei), ricevono minori fondi (poco più di un milione di euro) e hanno una durata più breve (21 mesi). Mentre, in generale, per le oltre 8.300 imprese europee considerate dall’indagine la durata media è di 35 mesi, con il coinvolgimento di 14 partner e finanziamenti per 3,6 milioni di euro.

Spostando il focus sui settori, spiccano biotech e farmaceutico che calamitano il 20% delle iniziative, software (36%) e servizi ingegneristici (13,1 per cento). Diversi i risultati se si restringe l’obiettivo sull’Italia: oltre quattro progetti su dieci sono nei settori Internet (21,8%) o manifatturiero Ict (20,3%), mentre il biotech registra appena il 3,9 per cento. Sul territorio, invece, un quarto dei “consorzi” coinvolge Pmi lombarde e la quota arriva al 66% considerando tutte le regioni del Nord, con il Centro al 22% e il Sud al 12 per cento.

«Il nostro sistema economico – spiega Stefano Manzocchi, direttore Luiss Lab of European Economics – è più frammentato rispetto agli altri Stati, per questo è probabile che le nostre micro-aziende, pur numerose, si disperdano in tanti consorzi di ricerca, piuttosto che assumere il ruolo di leader». D’altro canto, partecipare aiuta a guadagnare visibilità. Tra le imprese coinvolte in progetti europei quelle che hanno contribuito ad almeno due sono la metà. «I serial partecipants – precisa Manzocchi – si inseriscono in un percorso di apprendimento continuo e abbattono i costi con l’esperienza accumulata, oltre ad acquistare credibilità sul palcoscenico europeo».

Cruciale, poi, il ruolo del venture capital nell’aprire il rubinetto dei fondi Ue: il tasso di partecipazione ai progetti è quasi quattro volte superiore per le imprese “sponsorizzate” (21,3%) rispetto alle altre (6%), mentre la probabilità di assumere il comando è 1,5 volte superiore. Un fenomeno ancora agli albori in Italia (nel 2011 un centinaio di operazioni early stage per 82 milioni di euro). «La maggior difficoltà per le Pmi – conclude Paolo De Stefanis, responsabile della business unit innovazione del centro di ricerca Labor – è riuscire a trovare partner nel resto d’Europa: spesso si rivolgono a noi con un’idea, ma senza una cordata di supporto. A questa fase dedichiamo molti mesi, ora abbiamo trenta progetti avviati in vista dell’ultima call del Settimo programma quadro, prevista per inizio luglio».

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