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Pmi, piccolo non è più tanto bello


di Michele Arnese  


Signori, ci siamo sbagliati. Non è più vero che piccolo è bello. Non è vero che i colossi aziendali sono solo fonte di burocrazia e di inefficienze. Non è vero che l'Italia può prescindere dai campioni nazionali.

Non sono esattamente le tesi che si rintracciano nel rapporto che sarà una delle basi della due giorni bergamasca di Confindustria organizzata in collaborazione con i Piccoli, ma poco, davvero poco, ci manca. Oggi a Bergamo si svolgerà al Kilometrorosso il Consiglio Centrale della Piccola industria di Confindustria e domani ci sarà l'assise della confederazione presieduta da Emma Marcegaglia. Oggi sarà anche presentato lo studio «Costruire il futuro» dedicato al mondo delle pmi italiane. Lo studio, accompagnato dalla prefazione del presidente della Piccola Industria di Confindustria, Vincenzo Boccia, si compone anche di un'introduzione del direttore del Centro studi di Confindustria, Luca Paolazzi, e del professor Giangiacomo Nardozzi. Le tesi conclusive delle 85 pagine del rapporto non sono né scontate né casuali, visto che condensano studi e focus group con le aziende di taglia minima. «Proprio la piccola dimensione dell'impresa (in termini di occupati e di fatturato)» si legge per certi versi a sorpresa, «risulta negativamente correlata con tutti gli elementi scelti per rappresentare i punti di forza di un sistema industriale moderno: l'apertura del sistema proprietario a capitali e soggetti esterni alla famiglia, la struttura manageriale della gestione, un rapporto innovativo con i mercati esteri, un'elevata innovazione di prodotto e di processo». Tutte queste virtù sono poco o affatto presenti nel gruppo di aziende con meno di 20 dipendenti. «Piccolo, insomma, non è più tanto bello come una volta» si legge nelle conclusioni dell'analisi del rapporto curato dai Piccoli di Confindustria, «e la crescita dimensionale comincia a essere un salto necessario, da realizzare sotto il profilo culturale,cioè in termini di conoscenza, governance e struttura aziendale, prima ancora che in termini di fatturato o di addetti». Dall'analisi si passa poi alla prognosi: «Se, dunque, piccolo non è più bello, perché il modello industriale forgiato negli anni 70 non è più in grado di competere nello scenario globale postcrisi e nella nuova stagione dello sviluppo sostenibile, è sull'innovazione di tale modello che va concentrata l'attenzione». E se la linea del rapporto con la grande impresa capofila si è molto sfilacciata, «è inevitabile tentare di immaginare un nuovo modello di industria, caratterizzato da lineamenti originali, all'altezza delle nuove sfide globali». Non ci sono rivendicazioni e lamentele, magari verso le istituzioni e la politica. Almeno nell'analisi che sarà presentata oggi prevalgono toni autocritici: «È un compito arduo quello che si pone la Piccola Industria: costruire linee guida per il futuro della manifattura, promuovere le reti e la crescita qualitativa e relazionale delle imprese».

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