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Pmi, merito creditizio vanificato dall’effetto Covid

Un brusco colpo di spugna sui progressi delle pmi degli ultimi 5 anni. È questo l’effetto della pandemia sul merito creditizio, cioè sull’affidabilità economica e finanziaria. Un percorso verso una solvibilità sempre maggiore che è stato interrotto: infatti, un’impresa su due andrà incontro a un calo di una o due classi del merito di credito. Per un ulteriore 20% ci sarà uno scivolone di tre classi. L’allarme arriva da una ricerca di modefinance, società fintech specializzata in soluzioni di Intelligenza artificiale per la valutazione e la gestione del rischio di credito, effettuata su un campione di oltre 85 mila piccole e medie imprese che al 30 novembre 2020 avevano presentato il bilancio 2019.

Il quadro pre-Covid. Un universo di aziende stava risalendo la china del merito di credito, guadagnando ogni anno qualche punto da BB (valutazione media del 2019), quindi ancora una situazione di equilibrio, verso il BBB, ossia solvibilità (e quindi rischio medio basso) secondo la graduatoria (detta appunto rating) che definisce il merito di ciascuna impresa. Non solo. Negli ultimi cinque anni le nostre piccole e medie aziende avevano fatto registrare un lento ma costante miglioramento del leverage, cioè l’indebitamento totale, sceso dal 3,4 al 2,7, entro i livelli di sicurezza. Mentre il leverage finanziario, che misura l’indebitamento finanziario, si era attestato a 0,72 (da 0,87).

Esaminando i dati emerge che le pmi erano in crescita sia sul fronte quantitativo sia qualitativo fin dal 2016. In dettaglio, nel 2019, le aziende del campione che hanno depositato il bilancio mostravano un valore mediano di fatturato di 49 milioni rispetto ai 41 milioni del 2016; ai 44 milioni del 2017 e ai 46 milioni del 2018. Anche la distribuzione per fatturato indicava che, in generale, la popolazione delle medie imprese si fosse rimpolpata a svantaggio delle piccole. Agli opposti poi, le grandi aziende, in crescita, sempre più solide e le microaziende, in crollo per l’incapacità di resistere nell’arena competitiva contemporanea. Stabile la redditività, che resta nei quattro anni di analisi intorno a un valore buono, del 10%. Le aziende in perdita diminuivano da oltre 10 mila a meno di 9 mila nel 2019. Anche tutti gli indici che riguardano la solvibilità confermano nel 2019 il trend di miglioramento graduale ma costante osservato dal 2016.

Cosa avviene ora? Il rischio è che il valore del rating si sposti verso la B, che corrisponde a elevata volatilità. Il 28% delle aziende (24 mila imprese) potrebbe essere declassata di una classe di score, il 25% di due (21.500 pmi) mentre il 20% (16.500 aziende) di 3. Rilevante anche il dato relativo alle quasi 7 mila imprese che vengono declassate di 4 livelli e le 2.100 che ne perdono 5. In tutto, oltre 70 mila Pmi italiane subiranno questa crisi diventando meno affidabili, per esempio, nei confronti degli istituti di credito, o dei propri clienti e fornitori.

Anche le aziende con alto merito creditizio non possono dormire sonni tranquilli. In base alla proiezione sparisce completamente dal campione considerato la classe delle triple A (sicurezza elevata) e le aziende in default diventano il 4,36% (erano lo 0,11%). Aumenta pericolosamente la popolazione junk (dall’inglese spazzatura): i rating C (rischio molto elevato) passano al 13,8% da 1,11% e la doppia C (rischio elevato) a quota 17,45% da 2,81%.

Dopo il Covid, le pmi che si collocano nelle classi più rischiose sono oltre il 55%, rispetto al 10% circa dello spaccato 2019. Il rating rimarrà stabile solo per il 15% del campione. Si tratta di 12.800 aziende a cui si aggiungono le 1.160 che invece vedono il proprio merito di credito migliorare (l’1,36%, quasi un’eccezione che conferma la regola).

Il futuro. Non è escluso però che le pmi possano riprendere, nel 2021, il percorso di miglioramento là dove si è interrotto. Questo perché stanno dimostrando maggior resilienza, hanno imparato anche a guardare a forme alternative di credito e a strumenti per l’efficientamento del circolante, oltre che a una migliore gestione del cash flow. «Peculiarità di questa crisi legata al Covid-19 è la natura particolarmente asimmetrica: le regole imposte per la sicurezza sanitaria hanno impatti diversi su diversi settori», commenta Valentino Pediroda, a.d. e tra i fondatori di modefinance. «Come già avvenuto con le crisi del 2008 e 2011, le imprese italiane si adegueranno con tagli sui costi operativi e sui servizi, favorendo l’adozione di strumenti in grado di automatizzare le procedure interne. Nonostante gli effetti mitigatori degli interventi messi in campo (il blocco dei licenziamenti, prorogato al 2021, e il massiccio ricorso alla Cassa integrazione) la piccola e media impresa andrà a ridurre con ogni probabilità anche i costi del lavoro; ciononostante, è prevedibile riscontrare nuove cadute della redditività e della liquidità, con valori tra il -13 e il -17%. Sarà dunque vitale il colossale piano di finanziamenti europei con una dotazione di 750 miliardi (Next Generation EU)», prosegue l’ad, «che ha messo al centro digitalizzazione e sostenibilità, spartiacque tra le aziende che avranno capacità e lungimiranza di evolversi e adeguare il proprio modello di business, e imprese che non saranno in grado di attrarre finanziamenti sul mercato».

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