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Pmi, liquidità a rischio

A rischio fortissimo la liquidità delle pmi. Dopo la firma del ministro dell’economia e delle finanze, Pier Carlo Padoan, sul decreto attuativo delle regole applicative dello split payment, sono ancora una volta le imprese italiane a pagare per i furbi del fisco.

«Il dm 23 gennaio 2015 in attuazione della novità della scissione del pagamento dell’Iva, previsto dalla legge di Stabilità 2015, ha certamente il pregevole scopo di controbattere alla piaga sistemica dell’evasione fiscale e a cercare di recuperare tutte le imposte sparite dai radar erariali; ma le modalità di intervento scelte minacciano prevalentemente le imprese oneste, sfiorando appena il sommerso», commenta il presidente Cnai, Orazio Di Renzo.

La novità introdotta risiede, essenzialmente, nel fatto che d’ora in avanti le pubbliche amministrazioni (anche se non sono soggetti passivi Iva) avranno l’obbligo di versare direttamente all’erario l’imposta sul valore aggiunto addebitata loro dai fornitori.

«Le implicazioni derivanti dalle scelte del legislatore sono presto definibili: una minore liquidità per le imprese che si trovano a operare con il sistema pubblico», continua il presidente Di Renzo. «Le piccole e medie imprese sono già tra le realtà che soffrono con maggiore intensità degli strascichi della lacerante crisi economica; realtà cui il sistema bancario e finanziario non offre credito vista la radicata ritrosia a fornire finanziamenti. Ora le casse di quelle stesse aziende dovranno assorbire un ulteriore abbassamento della liquidità: un valore che secondo il nostro Centro Studi dovrebbe assestarsi in una forbice tra il 10 e il 23% in meno».

La cronica lentezza della pubblica amministrazione nel saldo dei lavori usufruiti, espone di fatto le imprese lavoratrici a uno scompenso tra le spese sostenute per le opere svolte, comprensive di tutti i costi, e il pagamento ottenibile dai diversi enti pubblici.

Il sistema ufficioso che si è trascinato avanti fino al 1° gennaio 2015, si caratterizzava per una sorta di partita di giro: prevedeva, infatti, che i commissionari pubblici versassero l’Iva alle aziende insieme agli onorari. Erano poi le imprese che si impegnavano a restituirla allo stato entro il mese o il trimestre successivo al pagamento della fattura. Inutile evidenziare come tali procedure, nate dalla consuetudine, permettessero, alle pmi in particolare, di far fronte ai ritardi dei pagamenti statali e a godere di una certa liquidità di cassa, tra un incasso e un altro.

Da quest’anno non potendo recuperare l’Iva sugli acquisti, le aziende a credito si ritroveranno con una discreta voragine nei conti almeno fino al 16 maggio (data fatidica dalla quale sarà possibile finalmente equilibrare i crediti Iva maturati con eventuali debiti fiscali verso l’Erario o con gli enti previdenziali e assicurativi).

Ovviamente la scelta dell’esecutivo nasce dalla cronicità rappresentata da tutta quella serie di imprese e professionisti che «dimenticavano» di corrispondere l’imposta all’erario, causando dissesti sostanziosi alle casse pubbliche e, di conseguenza, alle tasche di tutti i cittadini. La norma, in atto dall’inizio d’anno, scinde il pagamento per l’ente pubblico che commissiona l’opera richiesta: da una parte ci saranno le spettanze di chi svolge il lavoro (prezzo di beni e servizi), dall’altra l’Iva che però sarà girata direttamente all’Erario.

Tecnicamente l’imposta diviene riscuotibile al momento del pagamento ai fornitori, ma le p.a. hanno facoltà di scelta per l’esigibilità anticipata contemporaneamente alla ricezione della fattura. Il dovuto sul valore di acquisto sarà poi girato il 16 del mese successivo a quello nel quale l’Iva diviene percepibile.

«Non vorremmo aggregarci alla schiera dei pessimisti, ma è probabile che tali interventi rischino di esasperare una situazione paradossale; mi duole ricordare come pendano sull’Italia, non una, bensì due procedure di infrazione nell’ambito dei rapporti tra pubblico e privato: uno proprio per i ritardi nei rimborsi Iva e l’altro per la morosità nei pagamenti delle pubbliche amministrazioni», insiste il presidente Di Renzo «in aggiunta il controllo delle procedure e dei pagamenti dello split payment è spettanza della Agenzia delle entrate, dimostratasi finora tutt’altro che un Cerbero inflessibile con i grandi evasori». È tutto da verificare il comportamento che terranno le pubbliche amministrazioni ora che il decreto attuativo è stato firmato. Infatti tra l’entrata in vigore della norma prevista dalla legge di Stabilità (1° gennaio 2015) e la delineazione delle procedure attuative (4 febbraio è la data di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dei decreti) è passato un tempo «burocraticamente» sostanzioso. In tale periodo di incertezza le parole riferite alle modalità di applicazione dello split payment, come «non si applicano ai compensi per prestazioni di servizi assoggettati a ritenute alla fonte a titolo di imposta sul reddito», hanno generato un caos prevedibile, con il blocco quasi automatico di tutti i pagamenti ai professionisti da parte dei ragionieri pubblici nella migliore delle ipotesi. In altre situazioni, alcune Amministrazioni hanno proceduto con decurtazioni dalla fattura della ritenuta d’acconto (imposte sul reddito) e dell’imposta sul valore aggiunto, interpretando in maniera alquanto fantasiosa (ossia retroattivamente) la norma introdotta, applicandola ai versamenti Iva dei professionisti per le attività del 2014.

Alla scelta di combattere l’evasione è stato unito il bisogno dello Stato, ancora più impellente, di rastrellare denaro, a scapito delle imprese del settore privato. Sono sintomatici segnali di una navigazione a vista e una improvvisazione allarmante, che fa ricadere le sue conseguenze sulle aziende che lavorano per gli Enti pubblici, che da oggi avranno più di un ripensamento prima di scegliere di operare nel settore pubblico», conclude il presidente Di Renzo.

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