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Pmi, la Ue cerca capitali aggiuntivi

Non c’è solo il piano Juncker per il rilancio degli investimenti tra le priorità della Commissione Ue. Secondo Bruxelles, la ricerca della competitività perduta passa anche attraverso la diversificazione delle fonti di finanziamento per le imprese, con la creazione di un mercato unico dei capitali entro il 2019. Tanto che a febbraio l’esecutivo Ue ha lanciato una consultazione per tastare il polso degli addetti ai lavori sul progetto di un’«Unione dei mercati di capitali». Gli attori coinvolti hanno tempo fino al 13 maggio per dire la loro. Il tema animerà il dibattito tra gli operatori e sarà al centro del «Funding and Markets Capital Forum 2015» organizzato dall’Abi, in programma a Milano giovedì 23 aprile.
A dissipare ogni dubbio sulla necessità di un intervento sono le ultime statistiche sul divario tra Ue e Usa. I mercati dei capitali europei sono infatti meno sviluppati di quello americano, con profonde divergenze tra i Paesi. Basti pensare che la capitalizzazione di Borsa negli Usa vale il 138% del Pil contro il 64,5% nella Ue. Le differenze sono evidenti anche per le emissioni di titoli di debito, le cartolarizzazioni e il ricorso al venture capital. Un potenziale inespresso da cogliere senza più indugi. Secondo la Ue, per esempio, un mercato delle cartolarizzazioni a misura di Pmi potrebbe generare circa 20 miliardi supplementari e uno sviluppo del venture capital “all’americana” avrebbe portato 90 miliardi di finanziamenti aggiuntivi tra il 2008 e il 2013.
«La creazione di un’Unione dei mercati dei capitali – spiega Alessandro Carretta, ordinario di Economia degli intermediari finanziari all’Università di Tor Vergata – è il complemento necessario dell’Unione bancaria, il tassello mancante per l’integrazione finanziaria in Europa. Per l’Italia, e in particolare per le Pmi, è assolutamente indispensabile». Nel nostro Paese, infatti, il sistema bancario resta il canale di finanziamento privilegiato?per le imprese: i prestiti rappresentano l’89% dell’indebitamento totale delle aziende, mentre gli strumenti obbligazionari l’11% appena. Gli strumenti alternativi stanno gradualmente guadagnando terreno, ma non basta. La capitalizzazione di Borsa vale il 9% del totale europeo, contro il 30,4% della Francia e il 27,3% della Germania e il ricorso ad altri strumenti come il private equity e le cartolarizzazioni è ancora poco diffuso. Qualcosa, però, si muove, con la lenta affermazione dei mini-bond, che – grazie anche al nuovo quadro normativo – a marzo hanno raggiunto quota 102 emissioni per un ammontare di 4,8 miliardi, mentre negli altri Paesi stentano a decollare.
La proposta della Commissione Ue interviene su cinque aree prioritarie. Il primo obiettivo è dare impulso alle cartolarizzazioni per liberare i bilanci delle banche e aumentare la possibilità di erogare credito. Un altro fronte aperto è la revisione della direttiva che regola la pubblicazione dei prospetti per facilitare il ricorso al mercato dei capitali alle imprese più piccole. La Ue punta inoltre a migliorare la disponibilità di informazioni sul merito di credito delle Pmi per facilitare l’investimento di investitori istituzionali. Infine Bruxelles intende lavorare con l’industria per definire un regime per i collocamenti privati (i cosiddetti private placement) e incoraggiare gli investimenti nelle imprese più piccole, ma anche supportare il decollo di nuovi fondi europei di investimento per progetti di lungo termine.
L’azione della Ue, fanno notare dall’area Finanza dell’Abi, «dovrebbe contribuire a creare un habitat più favorevole per lo sviluppo di canali complementari a quello bancario, dove anche gli istituti di credito devono continuare a svolgere un ruolo importante, seppure diverso rispetto a quello tradizionale». Secondo l’Associazione bancaria italiana «l’esperienza italiana dei mini-bond dovrebbe essere valutata attentamente in sede europea, perché racchiude in sé un rapporto nuovo tra banca e impresa: anche nelle emissioni di mini-bond gli istituti di credito hanno una funzione primaria, sia a supporto dell’emittente sia come sottoscrittori diretti dei titoli». Non solo. «Le imprese che decidono di compiere questo passo – spiegano dall’Abi – sono più forti e con una governance più evoluta. Questo facilita anche l’erogazione tradizionale del credito».
La creazione di un mercato unico, avverte però Carretta, non sarà priva di ostacoli. «Il termine del 2019 – conclude – è realistico, perché occorrerà far convergere normative molto diverse, soprattutto quelle che riguardano la tutela degli investitori e il ruolo delle garanzie. Un altro aspetto che richiederà tempo, soprattutto in Italia, sarà legato alla revisione della governance delle Pmi per prepararle ad accogliere nuovi investitori». La partita, dunque, è appena cominciata.

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