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Pmi, il filo che lega Italia e Germania

Le imprese familiari tedesche guardano sempre di più all’estero per le loro operazioni di fusione e acquisizione e l’Italia è al secondo posto fra i Paesi in cui investono fuori dai confini della Germania, subito dopo gli Stati Uniti e prima di Francia e Polonia. Ma l’interesse è crescente anche nella direzione opposta, cioè fra le imprese familiari italiane che puntano su acquisizioni da realizzare in Germania.
La percentuale in aumento delle operazioni di M&A in Italia delle imprese tedesche a controllo familiare, molte delle quali fanno parte del Mittelstand, la spina dorsale dell’industria, è rivelato da uno studio realizzato dallo studio legale e tributario Roedl & Partner con la collaborazione di diverse istituzioni finanziarie internazionali.
Il 35% delle operazioni è condotto nella stessa Germania, il 24% negli Stati Uniti, il 19% in Italia, il 16% in Francia e Polonia, l’economia europea a più alto tasso di crescita. Le altre destinazioni sono rappresentate con quote molto inferiori. Spagna e Turchia hanno perso terreno rispetto al recente passato.
Se nel Sud Europa in genere il prezzo delle imprese acquisite è spesso considerato, secondo il sondaggio, un fattore rilevante, le acquisizioni in Italia sembrano dettate soprattutto da altri elementi strategici. «Le imprese familiari tedesche – dice Stefan Brandes, responsabile della Roedl & Partner nel nostro Paese – cercano chi, come molte aziende italiane, ha prodotti di eccellenza e personale qualificato, più che andare alla ricerca dell’Italia come mercato. Aiuta il fatto che il tessuto imprenditoriale dei due Paesi è molto simile. Gli stessi settori manifatturieri sono i punti di forza di entrambe le economie, dall’auto alla meccanica, dalla farmaceutica all’alimentare e all’elettronica, solo per fare qualche esempio».
Sono anche i settori nei quali le imprese tedesche a controllo familiare hanno realizzato la quota maggiore di acquisizioni nel 2013.
Il legale coautore dello studio rileva che l’interesse delle imprese familiari della Germania nei confronti dell’Italia esisteva anche l’anno precedente (la ricerca è giunta alla sua terza edizione), ma che in molti casi non si era concretizzato «a causa dell’incertezza prevalente in Italia», mentre adesso i potenziali investitori tedeschi mostrano una maggiore fiducia nel sistema Paese e per questo sono numerose le operazioni andate a buon fine in questi ultimi anni.
La maggior parte delle acquisizioni riguarda imprese con fatturati fra i 10 e i 100 milioni di euro. In qualche caso, la vendita da parte degli imprenditori italiani è sta decisa in seguito al cambio generazionale e, secondo Brandes, la scelta è caduta sulle imprese familiari tedesche per affinità.
Su alcune delle cessioni hanno pesato anche gli effetti della crisi, a volte dovuta alla difficoltà di imprese di piccole dimensioni, o troppo concentrate sul mercato nazionale, a competere sui mercati globali.
«In questo senso, l’acquisizione può portare a maggior sviluppo delle imprese italiane e a maggior occupazione in Italia – afferma Brandes in risposta alle obiezioni che spesso vengono sollevate su questo tipo di investimenti – Inoltre non è l’approccio delle imprese familiari tedesche quello di acquisire aziende all’estero per appropriarsi semplicemente del know-how».
Anche se non era oggetto dello studio, il contatto della Roedl con gli operatori partecipanti rivela che è in aumento anche l’interesse delle imprese italiane per la Germania.
Le previsioni degli analisti sono di un ulteriore aumento dell’attività di fusione e acquisizione delle imprese controllate dalle famiglie tedesche anche nel 2014, che per la maggior parte non hanno sentito pesanti effetti della crisi e non accusano problemi di accesso ai finanziamenti.

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