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Pmi, il «dividendo» al fisco non arretra

Certo, le semplificazioni avviate nelle ultime settimane potranno rivelarsi utili. Ma il problema continua a stare da un’altra parte. Parlare di fisco sulle imprese significa raccontare una storia che sembra già nota ma che non finisce mai di stupire, purtroppo in negativo. Quattro società di capitali su dieci hanno pagato più tasse rispetto all’anno precedente. È il dato che emerge dall’analisi di InfoCamere su 300mila bilanci con utile positivo o pari a zero depositati in formato elettronico tra il 2010 e il 2012, ultimo esercizio per cui sono finora disponibili i rendiconti completi.
Non è un viatico incoraggiante in vista della scadenza di oggi, che interessa tutte le attività soggette a studi di settore, per i versamenti relativi all’anno d’imposta 2013. L’unica magrissima consolazione è che il tax rate medio (vale a dire il peso percentuale delle imposte pagate sugli utili) si attesta intorno al 32,6% con una leggera flessione rispetto al recente passato. Un numero, però, da contestualizzare e da analizzare in parallelo ad altri aspetti. A cominciare da una crescita sensibile delle società in perdita. Tra i bilanci 2011 e quelli del 2012 la quota delle imprese in «rosso» è salita addirittura al 36%, quasi quattro punti in più (in questo caso il perimetro di osservazione riguarda quasi 700mila società). È forse uno dei segni più tangibili della crisi economica, anche se a livello fiscale riportare una perdita dall’anno precedente può anche permettere di limare il conto con l’Erario. A questo vanno aggiunti una serie di interventi messi in campo sotto forma di agevolazioni fiscali ma di cui bisogna ancora valutare a pieno la capacità di abbattere il prelievo (si veda l’altro articolo in pagina).
Ci sono poi tre ordini di questioni che dimostrano come il mix tra alta tassazione e congiuntura negativa sia un ostacolo quasi insormontabile.
e Per il 40% delle società il fisco è diventato ancora più pesante con le imposte cresciute in media di 30mila euro tra un anno e l’altro. La quota di aziende con prelievo in aumento supera addirittura il 50% in un settore come le attività immobiliari che si è trovato a fronteggiare una contrazione senza precedenti del mercato di riferimento. E qui potrebbe aver inciso un duplice fattore: i paletti alla deducibilità agli interessi passivi nel caso sempre più diffuso di immobili invenduti; il rischio che l’aumento degli edifici non locati possa aver comportato uno scivolamento verso il regime delle società di comodo.
r Scendendo nel dettaglio del tax rate si vede come ci siano settori più esposti di altri al peso della pressione fiscale sugli utili e che continuano a rimanerlo. È il caso di quelli su cui c’è un maggior ricorso alla forza lavoro: fra gli altri si può citare l’esempio del settore alberghiero e della ristorazione (ma il discorso vale anche per i servizi in generale) in cui su 100 euro di utili ante-imposte il Fisco ne ha prelevati 40. L’indiziata numero uno resta sempre l’Irap, che tende a penalizzare chi ha più manodopera. Ma ci sono anche tributi “mirati” come nel caso della Robin Hood tax (un’addizionale all’Ires) che ha impresso un’ulteriore spinta alla crescita del tax rate nel settore energetico.
t Le piccole e medie realtà imprenditoriali (Srl sotto i 15 dipendenti con un fatturato sotto i 2 milioni di euro) sono state costrette a fari i conti con un aumento delle imposte versate anche di oltre 3mila euro in due anni. E, a quanto rivelano i bilanci, il prelievo va anche oltre il 40% (a Milano e Napoli nelle costruzioni e a Roma nelle manifatture). Da un lato, infatti, la crisi ha eroso il fatturato a fronte di aliquote rimaste “rigide” (l’Ires è al 27,5%) o addirittura aumentate (l’Irap) nelle regioni in extradeficit sanitario. Dall’altro, le imprese hanno continuato a fare i conti con i costi indeducibili – in tutto o in parte – come quello per il lavoro nel caso dell’Irap o, tra gli altri, delle perdite su crediti dall’Ires, su cui solo di recente è stata riconosciuta una maggiore flessibilità.

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