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Pmi, finanziamenti a ostacoli

La domanda di credito delle Pmi rimane debole. Ma tra chi chiede (e ottiene) un prestito dalle banche, si notano i germogli di una tendenza interessante: ad aumentare non sono più le richieste per far fronte alla mancanza di liquidità, ma quelle per fare nuovi investimenti.
Il dato arriva dal quinto Osservatorio sul credito alle piccole aziende (con meno di 20 addetti) elaborato da Fondazione Impresa. Un anno fa i nuovi investimenti rappresentavano il 16,8% delle richieste di credito da parte delle Pmi, mentre oggi sono salite al 23,2 per cento. Difficile essere positivi, nei giorni in cui il Fondo monetario ci nega la prospettiva di un «futuro sereno», ma il segnale, seppur timido, non è da sottovalutare: «È il sintomo di un’inversione di tendenza – afferma Daniele Nicolai, ricercatore di Fondazione Impresa – ed è un segnale che si è confermato per due semestri di fila. Le Pmi, per tradizione, sono quelle che reagiscono in anticipo: chi di loro ha saputo rimanere sul mercato, nonostante la crisi, e magari riceve nuovi ordinativi, ora sente che può ricominciare a investire su se stessa e sul proprio futuro».
Che gli investimenti rialzino la testa non significa però che le difficoltà di accesso al credito siano scomparse. Negli ultimi tre anni, calcolano gli esperti di Fondazione Impresa (sulla base dei dati Bankitalia), i finanziamenti alle piccole imprese sono passati da 174 a 147 miliardi di euro: fanno 27 miliardi in meno. A livello nazionale, tra il 2011 e il 2014 il calo è stato dunque del 15,6 per cento. Ma le differenze regionali sono significative. La diminuzione del credito è stata molto più ampia al Sud: in Molise il record con il -27,9 per cento.
«I dati del Veneto e dell’Emilia-Romagna – commenta Nicolai – sono particolarmente crudi e al di sotto delle attese: meno 17% nel primo caso e meno 16,6% nel secondo. Tanto più negativo se si considera che si tratta di due regioni ad alta concentrazione di Pmi e a elevata vocazione all’export, la benzina vitale in questi anni di crisi».
Tra le province più colpite dal credit crunch figurano capisaldi storici dell’industria manifatturiera italiana: Varese (-21% di finanziamenti alle Pmi in tre anni), Treviso (-19,7%), Reggio Emilia (-19,6%), Torino (-17,5%) e Monza-Brianza (-17,4%).
Le piccole imprese hanno effettuato richieste di credito per importi abbastanza contenuti: in più della metà dei casi (53,3%) la cifra si è attestata al di sotto dei 25mila euro, e in ogni caso il 90% dei finanziamenti non ha superato la soglia dei 50mila. Negli ultimi sei mesi meno di quattro piccole aziende su dieci (il 39,8%) ha fatto richiesta di finanziamenti. Colpa, in primo luogo, della sfiducia, ma anche – sottolinena l’Osservatorio di Fondazione Impresa – di un ulteriore e progressivo peggioramento delle condizioni di accesso al credito: maggiore nel commercio (il 61,4% delle Pmi ha ammesso di aver incontrato difficoltà), nell’artigianato (60,6%) e, geograficamente parlando, nel Nord-Est. La richiesta di eccessive garanzie rappresenta ancora il principale ostacolo al finanziamento delle Pmi (lo segnalano il 43,7% delle imprese). Al secondo posto c’è un 27,6% dei piccoli imprenditori che individua come causa delle difficoltà la tempistica delle procedure, addirittura in aumento rispetto a quanto emerso nell’indagine dello scorso anno.
«L’allungamento dei tempi di concessione – segnalano i ricercatori di Fondazione Impresa – e i tassi d’interesse stanno acquistando maggiore rilevanza nella determinazione del credit crunch. Nonostante il tasso di riferimento Bce abbia raggiunto il minimo storico (0,05%), le Pmi italiane scontano un differenziale di tasso d’interesse passivo superiore di quasi due punti percentuali rispetto alla media dell’area euro: 5,16% contro il 3,58%, considerando i tassi con durata compresa tra uno e cinque anni sui finanziamenti fino a un milione di euro».
Le difficoltà per i piccoli imprenditori di accedere al credito sono dimostrate anche dai numeri del ricorso allo strumento della moratoria del debito, predisposto dal governo per sospendere le rate dei mutui per la quota capitale o allungarne la durata: a partire dalla prima iniziativa del 2009, si legge sul sito del ministero dell’Economia, gli accordi di moratoria hanno consentito di sospendere circa 380mila mutui alle Pmi, con oltre 20 miliardi di liquidità rimasta nelle imprese.
Data la situazione economica molto difficile, l’ultima moratoria ha ottenuto la proroga fino alla fine del 2014. Ma qui viene la sorpresa: oltre il 55% delle aziende intervistate da Fondazione Impresa a settembre non ne era a conoscenza. Colpa della scarsa pubblicità che è stata data allo strumento, sostiene l’istituto di ricerca. Anche perché, dopo aver scoperto l’opzione, il 58% degli imprenditori intervistati si è detto interessato a presentare domanda entro la fine dell’anno.

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