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Pmi con lo sguardo oltreconfine

Probabilmente c’è la consapevolezza che il punto più basso della crisi è stato ormai superato. O, più semplicemente, non si vedono grandi alternative nel mercato interno, per cui giocoforza si alza lo sguardo all’orizzonte. Sta di fatto che tra le Pmi italiane comincia a diffondersi un certo ottimismo sulle opportunità che possono derivare dall’ampliamento del proprio business oltreconfine.

Il dato emerge dalla ricerca «European sme exporting insights», condotta sui titolari e i direttori di 8.144 Pmi europee da Ups, multinazionale della logistica. Lo studio analizza le ragioni alla base dell’export, identificando i principali ostacoli e timori che le aziende di ridotte dimensioni incontrano quando vendono i propri prodotti a livello internazionale, ma anche le opportunità che si aprono nei nuovi mercati.

I cinque motori dell’export. Il quadro che emerge nel suo insieme dalla ricerca è tendenzialmente positivo. Le piccole e medie imprese del Vecchio continente hanno compreso che la partita della sopravvivenza si gioca sulla capacità di guardare al di là dei confini nazionali e si stanno attivando in questa direzione. Anche se questo non si tramuta necessariamente un successo, dati i costi e le complessità che una scelta di questo tipo comporta per organizzazioni che spesso hanno una struttura finanziaria fragile e risorse professionali non sempre adeguate alle sfide imposte dai mercati globali.

La ricerca individua cinque fattori a sostegno dell’export. Innanzitutto la scomparsa della distanza, che non viene più percepita come un freno insuperabile anche quando si punta a mercati lontani. Il secondo elemento riguarda la capacità distintiva dei vari settori e la capacità di specializzarsi nelle nicchie più profittevoli del mercato. Una mano in tal senso arriva anche dalla tendenza delle aziende ad aumentare le proprie dimensioni di mercato, anche tramite alleanze o vere e proprie aggregazioni, in modo da affrontare i mercati esteri con spalle più robuste. Il principale elemento di novità rispetto a qualche anno fa è, tuttavia, nel decollo delle vendite online, che aprono nuove frontiere anche alle piccole e medie imprese che non possono avere una presenza strutturata all’estero. Il potenziale di sviluppo di internet è ancora lungi dall’esaurirsi, e questa rappresenta un’ulteriore ragione per guardare ai mercati con un’ottica globale.

Una mano dal calo dell’euro. La maggior parte delle spedizioni effettuate dalle Pmi incluse nel sondaggio è indirizzata a clienti del mercato nazionale e di altri paesi Ue. Anche se sta crescendo anche l’export al di là dei confini europei. Un trend positivo sia per il differente ritmo di crescita dell’America e dell’Asia rispetto al Vecchio continente, sia per la possibilità di ridurre per questa strada i rischi insiti in ciascun mercato di destinazione. Gli Stati Uniti sono la principale destinazione extraeuropea delle esportazioni delle Pmi di Regno Unito (54%), Belgio (40%) e Italia (40%), mentre la Cina è in testa alle consegne per le aziende dei Paesi Bassi (60%) e della Polonia (26%). L’Italia risulta, invece, indietro nelle destinazioni verso il Dragone: sono il 6% del totale, il livello più basso tra i paesi esaminati.

L’auspicio è che il recente calo dell’euro rispetto al dollaro, conseguente alle decisioni prese dalla Bce, possa dare un’ulteriore spinta in sede di export extra Ue. Un riscontro positivo in tal senso si è già avuto nei giorni scorsi dai dati tedeschi sul commercio internazionale. In attesa di una conferma anche dall’Italia, dopo che nei primi cinque mesi dell’anno il nostro paese ha registrato sul fronte della bilancia commerciale con l’estero il maggior progresso dell’area Ue. Verosimilmente ci vorranno, invece, alcuni mesi per saggiare gli effetti delle misure di sostegno all’export inserite nel decreto sblocca-Italia. La promozione del made in Italy passerà attraverso l’innovazione delle imprese coinvolte, che verranno incentivate a migliorarsi anche attraverso l’assunzione di figure professionali specializzate nei processi di internazionalizzazione (export manager). Tra gli obiettivi prefissati, vi è anche quello di realizzare un segno distintivo unico per le produzioni agroalimentari italiane e un potenziamento degli strumenti di contrasto al cosiddetto Italian sounding nel mondo, ovvero la distribuzione all’estero di copie di un prodotto tipicamente italiano con caratteristiche diverse rispetto all’originale, che possono trarre in inganno i consumatori.

Il nodo della sicurezza. La capacità di esportazione è strettamente legata alle dimensioni: così se le microimprese (vale a dire quelle fino a 10 dipendenti e 2 milioni di fatturato) italiane che vendono oltreconfine sono appena il 2% del totale, tra le piccole imprese (massimo 50 dipendenti e 10 milioni di ricavi) l’incidenza sale al 24% e tra le medie aziende (fino a 250 dipendenti e 50 milioni di fatturato) arriva al 25%. La media italiana è del 14%, un punto percentuale in più della media e in linea con il dato tedesco, mentre la Francia si ferma al 12%.

Guardando in prospettiva, la maggior parte delle Pmi analizzate prevede che le proprie attività di esportazione rimarranno invariate nei prossimi 12 mesi. Le aziende italiane che già esportano (93 mila, il dato più elevato tra i sette paesi esaminati, contro le 72 mila della Germania e le 63 mila della Francia) non sono molto ottimiste sulla possibilità di incrementare il business. Mentre si registra in Italia una maggiore fiducia tra le aziende che vogliono iniziare a esportare. Più in generale, il principale timore per chi esporta è legato alla sicurezza, dal rischio di smarrimento o danneggiamento delle merci a quello sulla vulnerabilità dei siti di commercio elettronico.

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