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Pmi, capitali cercansi: troppo piccole, più Borsa

Troppo debito. Poco capitale. È un problema cronico e vecchio quello delle Pmi in Italia. Ma le conseguenze sono attuali: finché le piccole aziende, spina dorsale del sistema industriale, non avranno una dotazione di liquidità tale da poter competere sui mercati internazionali, sarà impossibile tirare fuori il paese dalle secche della peggior recessione dal Dopoguerra. Per farlo ci vuole più mercato: più società in Borsa, più capitali di rischio.
Piccolo sarà pure bello, ma piccolo non funziona più nel mondo globalizzato. E l’atavica ritrosia degli imprenditori a quotarsi, più un sistema farraginoso e burocratico, hanno portato la Borsa Italiana a scendere al 23esimo posto al mondo. Superati da Malesia, Messico e Indonesia. A chi conosce il mercato italiano, il mantra ripetuto ieri dai due docenti della Bocconi Stefano Caselli e Stefano Gatti, nel convegno organizzato da Equita Sim per celebrare i suoi 40 anni, suona come un dejàvu. Ma s’intravede qualche spiraglio: tante micro-cap, e proprio nell’anno nero 2013, si stanno avvicinando alla Borsa. Mentre l’Università Bocconi elencava il suo cahiers de doléance, Borsa Italiana cercava di far arrivare capitale a quelle stesse Pmi. Nello stesso giorno, a Piazza Affari si è svolto lo SmallCap Day: una sorta di road show, dove la novità è stato il ritorno, dopo anni, dell’interesse degli investitori.
L’anomalia tutta italiana è che le aziende si finanziano praticamente solo con credito bancario (abbiamo la più alta percentuale al mondo, il 70%) e il più basso ricorso al mercato dei capitali. Alle aziende italiane manca dunque una gamba. Se gli imprenditori non vanno in Borsa (e dal 1990 a oggi il listino ha perso 29 aziende, mentre tutte le altre sono cresciute), oltre a un problema “culturale” (la ritrosia degli imprenditori stessi) ce n’è uno di sistema: «Non è possibile che ci vogliano 700 pagine di prospetto per quotarsi». Oltre la burocrazia, che peraltro non aiuta nemmeno i piccoli risparmiatori perché l’eccesso di informazioni crea solo confusione, c’è un «sistema fiscale vessatorio», incalza Andrea Vismara, manager di Equita. Tutto questo non spinge le quotazioni: negli ultimi tre anni solo 3 debutti (Ferragamo, Cucinelli e Moleskine), e forse saliranno a 4 se entro l’anno riuscirà ad andare Moncler. Ma più che di numero il problema è di volumi: poche Ipo che a loro volta raccolgono poco capitale (da 3 anni siamo attorno al mezzo miliardo di euro).Poco per rimettere in moto l’economia. I mali non sono di oggi. Ma è di oggi la constatazione, accusa Vismara, che la politica fa poco (e male). La Tobin Tax, ne è un esempio. Come sbloccare un meccanismo inceppato? Magari allargando le maglie e permettendo agli investitori istituzionali, fondi pensione e assicurazioni, di poter investire in titoli oggi vietati.
Tra tanti problemi, ci sono anche esempi eccellenti e il convegno è stata anche l’occasione per premiare alcuni casi di buon uso del mercato dei capitali: hanno vinto Salini-Impregilo (rappresentata dal presidente Claudio Costamagna) e il re del cashmere Brunello Cucinelli. Un riconoscimento anche a Italia Independent il marchio di Lapo Elkann che ha esortato le imprese a quotarsi: «La Borsa non è una gabbia, né una prigione, ma una finestra verso nuovi orizzonti». In effetti qualcosa si muove: se il listino principale piange, quello alternativo brinda a un anno di successi: 7 debutti sull’Aim. Certo, sommandoli non si fa la capitalizzazione di una sola Ipo da Mta. Ma questo è. In Italia le grandi aziende sono poche e sono già quotate. L’unica alternativa, le Pmi.

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