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Pmi a rischio con gli stress test

di Luca Orlando

Tassi di default ai massimi storici, sofferenze bancarie in corsa, indici di rischio del sistema delle imprese mai così alti. Lo scenario è ipotetico ma tutt'altro che irrealistico. È la stima che Cerved Group ha effettuato sottoponendo il sistema delle imprese italiane ad uno stress test analogo a quello utilizzato per valutare la solidità patrimoniale delle banche. Ci si chiede in sintesi cosa accadrebbe alle aziende italiane applicando loro lo stesso shock ipotizzato per gli istituti di credito dall'Autorità bancaria europea lo scorso luglio. Il risultato è negativo, anche se non catastrofico. L'indice di rischio stimato da Cerved Group su una scala da uno a 100, una misura predittiva del rischio medio di insolvenza, salirebbe per l'intero sistema a quota 69,7, il massimo di sempre, poco al di sopra del livello toccato nel 2009 all'apice della crisi. Il tasso di decadimento, cioè il rapporto tra nuove sofferenze del periodo e stock degli impieghi bancari, arriverebbe al 2,74%, anche in questo caso il livello massimo su base storica.

Tra 2011 e 2012 le aziende con prestiti in sofferenza, in molti casi l'anticamera del default, toccherebbero quota 34mila, il 5,4% in più rispetto allo scenario di base, per la verità già abbastanza negativo. Oltre la metà dei casi toccherebbe imprese del terziario, il 27% riguarderebbe società manifatturiere, il 19% imprese edili, una quota residuale le aziende agricole.

«Il numero delle sofferenze aggiuntive – spiega l'ad di Cerved Group Gianandrea De Bernardis non sarebbe elevatissimo, anche perché in un momento di crisi, dimuinuendo i prestiti, si riducono comunque le occasioni di difficoltà».

I dati principali presi in considerazione dal punto di vista macroeconomico vedono un calo del Pil italiano dello 0,1% quest'anno e dell'1% nel 2012, con tassi Euribor in crescita dal 2,8% al 3,1 per cento.

A pagare il prezzo maggiore, come prevedibile, sarebbero le imprese di dimensioni ridotte, le microaziende. In caso di scenario avverso, infatti, il grado di rischio delle aziende fino a un milione di euro di ricavi salirebbe a quota 76,2, ben oltre il picco del 2009.

Situazione diversa invece per tutte le altre classi di fatturato, dove le difficoltà aumenterebbero ma mantendendosi sempre al di sotto della soglia 2009. Situazione decisamente più tranquilla per le realtà con oltre 50 milioni di ricavi, che presentano nella peggiore delle ipotesi un indice di rischio più che dimezzato rispetto alla media globale.

Dal punto di vista dei settori la previsione Cerved vede un ampliamento del differenziale tra i comparti più solidi e quelli più fragili. In assenza di shock esterni, la rischiosità si ridurrebbe nel 2012 in modo omogeneo, lasciando però ampie differenze tra i comparti: mezzi di trasporto, sistema moda e sistema casa sono i tre ambiti più rischiosi, mentre sul versante opposto chimica, metalli ed energia presentano le performance migliori.

Nel caso invece di scenario avverso, il rischio aumenterebbe soprattutto nell'hi-tech (+3,8) e nella meccanica (+3,6), mentre in quasi tutti i settori l'incremento sarebbe compreso tra i 3 e i 3,3 punti.

«Il problema delle microimprese è reale – spiega Michele Tronconi, presidente di Sistema Moda Italia – e occorre agire per salvaguardare questa parte cruciale della filiera. I piccoli saltano anche perché da parte del sistema bancario nei loro confronti vi è un'attenzione minore. Quando è in gioco un prestito rilevante, dunque legato ad un'azienda di maggiori dimensioni, la banca è in genere disposta a trattare, concedendo dilazioni ed eccezioni. Quando a non pagare è una microimpresa l'atteggiamento è diverso». Le regole di Basilea – aggiunge – sono pro-cicliche e vanno temperate con interventi di sistema perché «è fondamentale in questa fase tutelare il nostro patrimonio manifatturiero».

«Le difficoltà del mondo della meccanica sono aumentate – racconta il presidente di Anima Sandro Bonomi – in particolare per le imprese minori, quelle meno presenti all'estero e che contano soprattutto sul mercato interno. Ora, dopo un altro anno difficile, la sopravvivenza per molti è legata all'autonomia finanziaria, messa però a dura prova dai pagamenti ritardati e dal credito difficile».

Valutazione analoga dal mondo dei macchinari, dove il tema del credito in questo momento è cruciale. «Il nostro settore – spiega il direttore generale di Federmacchine Alfredo Mariotti – lavora su tempi lunghi e pagamenti a fine commessa. Ecco perché guardiamo con apprensione a ciò che sta accadendo sugli spread e sul costo del credito. Vi è un problema di tassi elevati ma anche un evidente razionamento, che soprattutto per le aziende di minori dimensioni è oggi difficilmente assorbibile». Tornando ai numeri Cerved resta la divaricazione tra Nord e Sud. Il Nord Est si conferma l'area con il minor rischio di insolvenza, con un indice stabile nel 2012 a quota 61. All'estremo opposto il Sud con un rischio di insolvenza pari a 73,1, in crescita di quasi due punti il prossimo anno anche in assenza di uno shock esogeno.

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