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Plusvalenze, la chance è doppia

di Maurizio Tozzi 

Plusvalenze al bivio tra rivalutazione e affrancamento. Le partecipazioni non qualificate hanno una doppia possibilità per innalzare il valore. Nella rivalutazione pagamento necessario, mentre nell'affrancamento è possibile concludere l'operazione senza esborsi di denaro. In tale ultimo caso, però, emergono anche le minusvalenze con riporto al 62,5%, mentre nella rivalutazione le stesse restano latenti e integre.

Queste alcune delle differenze che possono riscontrarsi per i contribuenti interessati a innalzare il valore delle partecipazioni non qualificate. In prima battuta deve evidenziarsi che le due disposizioni sono di più ampia portata: infatti, l'affrancamento riguarda tutte le attività finanziarie elencate dall'art. 67, comma 1, dalle lett. c-bis) a c-quinquies) del Tuir, mentre la rivalutazione opera anche per le partecipazioni qualificate, ma ai fini che ci interessano solo le partecipazioni non qualificate consentono al contribuente una duplice scelta. Il primo confronto da fare è di carattere temporale: mentre la rivalutazione è operabile per le partecipazioni detenute al 1° luglio 2011, l'affrancamento prende in considerazione quelle alla data del 31 dicembre 2011. Il secondo passaggio riguarda la volontà del contribuente, ossia se è intenzionato a correggere tutti i valori delle partecipazioni detenute o preferisce procedere solo per alcune. In realtà tale scelta sarà molto influenzata dal costo dell'operazione e forse sarà operata dal contribuente al termine dell'analisi, ma è bene sapere da subito che mentre la rivalutazione consente di scegliere quali partecipazioni rivalutare, l'affrancamento non permette alcuna selezione, dovendo obbligatoriamente considerare tutte le partecipazioni detenute (oltre ad altre eventuali attività finanziarie rientranti nella disposizione normativa). Fatto questo è possibile ragionare sui costi effettivi dell'operazione. La rivalutazione, è noto, prende in considerazione l'intero valore peritale attribuito alla partecipazione, disinteressandosi delle plusvalenze latenti: pertanto, se una partecipazione ha una plusvalenza latente di 100 e vale 1.000, in ogni caso la base imponibile per l'imposta sostitutiva è rappresentata dal valore 1.000. Di contro, l'affrancamento è ancorato alla plusvalenza latente, a prescindere dal valore finale: nel caso proposto la base imponibile è 100. A tale differenza segue anche quella delle imposte sostitutive: nella rivalutazione si paga il 2%, nell'affrancamento il costo è del 12,5%. Dal che discende che nei casi in cui vi sia una sola partecipazione, la scelta tra le due operazioni è molto semplice e dipende dal punto di indifferenza, rappresentato da una plusvalenza latente di circa il 20%: ad esempio, se una partecipazione vale 1.200 e ha una plus di 200, mentre con la rivalutazione l'imposta da pagare è pari a 24, con l'affrancamento il costo è pari a 25. Tutto cambia, però, nel momento in cui entrano in gioco le minusvalenze. Almeno tre le regole da ricordare, negative nel caso della rivalutazione e positive con l'affrancamento: 1) nella rivalutazione non impattano eventuali minusvalenze realizzate nel passato e ancora utilizzabili. Tornando all'esempio precedente, se il contribuente ha anche una minusvalenza di 100 dal passato, comunque l'imposta sostitutiva si applica all'intero valore di 1.000 e il costo resta immutato in 20. Inoltre, in forza delle nuove disposizioni normative, la minusvalenza sarà riportabile a partire dal 2012 nella misura del 62,5%. Di contro, nell'ipotesi dell'affrancamento la minusvalenza del passato è utilizzabile a scomputo della plusvalenza latente: pertanto, nell'esempio l'ammontare 100 di plus è neutralizzato interamente dalla minus di 100. Il contribuente in tale ipotesi ottiene il maggior valore di 1.000 per la partecipazione ma non opera esborsi di denaro, mentre la minusvalenza non sarà più riportabile dal 2012 essendo stata utilizzata:

2) la rivalutazione non può far emergere minusvalenze, essendo un'operazione destinata solo ad innalzare il valore delle partecipazioni per contenere future plusvalenze. Nell'affrancamento, invece, possono emergere anche minusvalenze: ad esempio, se un contribuente ha due partecipazioni, di cui una con plus di 50 e un'altra con minus di 150, l'innalzamento di valore della partecipazione si ottiene senza esborso monetario, però emerge anche la minus che è utilizzata subito per 50 ed è riportabile agli anni successivi nella misura del 62,5% del residuo di 100. È evidente che in tali ipotesi è bene fare accurati calcoli perché magari può convenire pagare la rivalutazione e mantenere integra la minusvalenza latente (esempio 1);

3) il maggior valore attribuito con la rivalutazione rileva solo ai fini delle eventuali future plusvalenze, potendole azzerare o contenere, ma non potrà mai originare una minusvalenza. Nell'affrancamento, invece, i nuovi valori rilevano anche ai fini delle future minusvalenze. In sostanza, se una partecipazione raggiunge il valore attuale di 2 mila, un domani che sarà venduta a 1.500, se è stata operata la rivalutazione non si avrà una minus di 500, cosa che invece si verifica se si è optato per l'affrancamento (esempio 2).

L'ultima differenza riguarda il pagamento: mentre nella rivalutazione è possibile scomputare quanto pagato per precedenti rivalutazioni e si continua a fruire della rateazione triennale, nell'affrancamento l'imposta sostitutiva, se dovuta, deve essere pagata con le scadenze del saldo Irpef.

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