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Più utili per UniCredit, migliora l’Italia

L’Italia stenta ancora, ma la diversificazione territoriale e le attività di trading consentono a UniCredit di chiudere il terzo trimestre decisamente meglio delle previsioni, con 335 milioni di utile netto (le attese degli analisti si fermavano intorno a quota 100), che portano il bottino da inizio anno a 1,41 miliardi. Per alzare il velo sull’eventuale dividendo «ci sarà da aspettare il quarto trimestre», ha spiegato ieri il ceo Federico Ghizzoni, ma il clima è di ottimismo («Nel nostro piano era previsto e non ci sono ragioni per cambiare oggi ») e la Borsa ha apprezzato i conti, con il titolo che ieri ha chiuso in rialzo del 4,39% a 3,52 euro.
Al netto dei 10,1 miliardi di svalutazioni contabilizzate un anno fa dalla banca, rispetto al 2011 l’utile praticamente raddoppia nel trimestre (+98,1%) e migliora del 67,8% nei primi nove mesi dell’anno, anche se determinante è il contributo dei 517 milioni derivanti dai diversi buy back di obbligazioni proprie, operazioni di riacquisto favorite dal clima favorevole sui mercati finanziari. Senza questa voce straordinaria, infatti, la crescita dei profitti sarebbe limitata al 6,4 per cento. A conti fatti, i ricavi sono aumentati del 2% a 19,5 miliardi nei primi tre trimestri, con quelli da negoziazione più che raddoppiati a 2,08 miliardi, dunque in grado di compensare il calo del margine di interesse (-4,6%) e delle commissioni (-3,8 per cento).
Dietro alla performance di UniCredit c’è anzitutto «la diversificazione territoriale del gruppo» che consente di capitalizzare soprattutto la crescita dei paesi dell’Est Europa, ma anche i primi effetti del piano industriale varato l’anno scorso, con le azioni di contenimento dei costi che hanno consentito risparmi per oltre 340 milioni. In mezzo, l’Italia, con il turn around che prosegue (nei nove mesi sono cresciuti del 4,9% i ricavi a 7,7 miliardi e gli utili operativi del 24,4% a 3,5 miliardi) ma continua a pagare il prezzo del deterioramento della qualità del credito, che ha spinto la banca ad aumentare del 10,9% gli accantonamenti a 3,45 miliardi. Morale: dai 545 milioni di perdite dei primi nove mesi del 2011 il risultato delle attività italiane migliora ma resta in rosso per 71 milioni, a un passo dal break even.
Niente di strano, dunque, se molta attenzione resta anche sull’estero, e in particolare sull’Est Europa: la Russia si afferma dopo la Germania come il principale mercato del gruppo per contributo agli utili (334 milioni nei primi nove mesi dell’anno), seguita dalla Polonia (314) e dalla Turchia (285), dove il gruppo ha raggiunto i 6,4 milioni di clienti. «Abbiamo la fortuna di essere presenti in un’area in crescita e ce la teniamo ben stretta. Sarebbe stupido non investire e perdere questa opportunità», ha detto ieri Ghizzoni, che ha annunciato alcuni ritocchi all’assetto nell’area. Il primo, prevede la fusione tra le controllate della Repubblica Ceca e della Repubblica Slovacca: «Sarà una banca unica, con sede a Praga e una filiale principale a Bratislava – ha spiegato il direttore generale dell’istituto, Roberto Nicastro – e avrà una rete di 200 sportelli. È un primo segnale di razionalizzazione delle attività del centro ed est Europa».
Tra i punti di forza, l’aumento dei depositi della clientela, pari in totale a 420,4 miliardi a fine settembre 2012 (+7,1% dal lancio del piano strategico), così come la posizione patrimoniale: il Core Tier I è al 10,7%, il coefficiente Common Equity Tier 1, anticipando tutti gli effetti di Basilea 3, è pari al 9,3%. Su un portafoglio totale in titoli di Stato di 92,7 miliardi a fine settembre, quello in debito sovrano italiano resta pari al 46% del totale, decisamente inferiore alla media delle principali banche italiane: al gruppo, infatti, fanno capo titoli tedeschi per il 22% del totale e turchi per il 4.

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