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«Più spazio per gli investimenti»

La Commissione europea ha pubblicato nei giorni scorsi l’attesa comunicazione sul modo in cui gli investimenti pubblici potranno essere scorporati dal calcolo del deficit per tutti quei Paesi, Italia compresa, che hanno un disavanzo inferiore al 3% del Pil. Le regole sono restrittive e l’iniziativa ha deluso molti osservatori: speravano che i governi avrebbero avuto maggiore libertà di manovra. Su questo tema e in generale sulle prospettive di politica economica dell’Italia, il presidente dell’esecutivo comunitario José Manuel Barroso, 57 anni, ha risposto alle domande del Sole 24 Ore.
Il deficit pubblico italiano è stato del 7,3% del Pil nel primo trimestre del 2013. Il dato è volatile, ma è certamente più elevato di quello dell’anno scorso (6,6%). L’obiettivo di un deficit al 2,9% del Pil è forse a rischio nel 2013?
Gli sforzi dell’Italia per ridurre il deficit eccessivo e riformare l’economia sono stati determinati e impressionanti. Il governo è stato costretto a fare scelte difficili e in alcuni casi impopolari, ma necessarie per ridurre il debito molto elevato ed eliminare le strozzature che nell’economia italiana ostacolano la crescita nel lungo termine. Sul fronte del deficit sono rassicurato dal fatto che il presidente del Consiglio Enrico Letta si è impegnato a mantenere l’obiettivo di un deficit-Pil del 2,9%.
Come giudica più in generale la strategia italiana?
Sarà molto importante per il governo mantenere nel futuro a breve il ritmo di riduzione del deficit e delle riforme, per ragioni di credibilità, un elemento cruciale per la sostenibilità del debito. La credibilità è ciò che mantiene i tassi d’interesse a livelli ragionevoli. Finora i progressi del governo sono stati premianti in termini di ritorno della fiducia dei mercati e di finanze pubbliche più solide. La Commissione ha potuto raccomandare di recente la fine della procedura di deficit eccessivo nei confronti dell’Italia, confermata il mese scorso dai ministri delle Finanze. Seguire una strategia basata su una politica di bilancio prudente e su riforme strutturali ben concepite – come spieghiamo nelle nostre raccomandazioni-paese relative all’Italia – è l’unico modo per assicurare crescita e occupazione nel futuro.
Le nuove regole sullo scorporo degli investimenti pubblici dal calcolo del deficit sono restrittive (si veda Il Sole 24 Ore del 4 luglio, ndr). Si applicano solo sugli investimenti cofinanziati dall’Unione e impongono al Paese di mantenere il proprio deficit sotto al 3,0% del Pil. Il nuovo margine di manovra non si rivelerà troppo limitato in un contesto economico così difficile?
Abbiamo chiarito le regole esistenti per incoraggiare gli investimenti produttivi pubblici durante la crisi per quei Paesi che hanno un deficit inferiore al 3,0% del Pil. Si tratta di un riconoscimento di politiche di bilancio responsabili. Il ragionamento dietro a questa decisione riflette pienamente la nostra strategia economica, che si basa su un mix di finanze pubbliche solide, di riforme strutturali tali da migliorare la competitività, e di investimenti mirati per aiutare la crescita. Credo che ciò possa avere un reale impatto, in particolare perché i progetti infrastrutturali hanno effetti dimostrabili sulla crescita e sull’occupazione; e quelli cofinanziati dall’Unione sono selezionati oggettivamente in base ai loro meriti individuali. Assicurare la disciplina di bilancio, preservando gli investimenti, è importante per un risanamento dei conti pubblici tale da sostenere la crescita. Ciò sostiene anche la fiducia.
C’è chi sostiene che regole così rigide siano state imposte dalla Germania, tradizionalmente preoccupata da possibili abusi al momento dello scorporo degli investimenti pubblici nel calcolo del deficit.
Su questo fronte, la Commissione europea non sposa la visione di un Paese in particolare. La nostra interpretazione delle regole è basata su una solida analisi economica e legale, e poggia sul comportamento responsabile dei paesi membri.
Ciò detto, non crede che le nuove regole dovrebbero indurre i Paesi a un miglior uso dei fondi europei e a rafforzare il ruolo del bilancio comunitario nelle politiche economiche dell’Unione?
Il bilancio comunitario ha un ruolo centrale da giocare nelle politiche economiche dell’Europa. Le nuove regole danno ai paesi membri maggiore margine nel cofinanziare investimenti sostenuti dai fondi strutturali. Nel corso della crisi, la Commissione ha consigliato i Paesi membri su come trarre il massimo dai fondi europei, e lo stesso bilancio è stato flessibile nel rispondere alle loro diverse necessità. L’Unione ha approvato di recente un nuovo bilancio settennale per il periodo 2014-2020, e dobbiamo usare pienamente questo fondo da mille miliardi di euro a favore della crescita. È giunto il momento per i Paesi membri di presentare progetti solidi perché i finanziamenti possano scattare fin dal 1° gennaio dell’anno prossimo.
Un’ultima domanda, più legata questa volta alle recenti tensioni sui mercati finanziari: i rendimenti obbligazionari portoghesi oscillano ormai intorno al 7%; l’Irlanda è tornata in recessione; in Grecia la situazione è definita «incerta» dalla troika. Stiamo per caso assistendo a un riacutizzarsi della crisi debitoria?
La crisi non è ancora terminata, anche se credo che il peggio sia stato superato. Abbiamo fatto molto lavoro difficile nel risanare i bilanci. Il deficit della zona euro si è ridotto di metà rispetto ai livelli massimi del 2009. Molti Paesi – in particolare la Grecia, l’Irlanda, il Portogallo, la Spagna e l’Italia – hanno adottato ambiziose riforme per rendere le loro economie più competitive, e ciò è stato premiante in termini di fiducia dei mercati. Il recente episodio di instabilità politica in Portogallo, già superato, mostra quanto debole sia questa fiducia. Non possiamo permetterci di perderla. Nello stesso tempo, gli eventi in Portogallo mostrano che non vi è più un effetto contagio. La zona euro è molto più robusta di solo un anno fa. Il modo migliore di mantenere la fiducia per un Paese è rispettare gli impegni che ha preso nel riformare l’economia. Queste riforme sono importanti non solo per godere della fiducia dei mercati, ma anche per creare la crescita e l’occupazione del futuro.

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