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Più solida del previsto la ripresa economica

Il consiglio della Bce ha parlato ieri di tre cose, ha detto il suo presidente, Mario Draghi: crescita, inflazione e cambio. I tre elementi sono ovviamente interdipendenti e avranno ciascuno un suo ruolo nel definire le decisioni che verranno prese con ogni probabilità nella riunione del 26 ottobre.
Sul fronte della crescita, le notizie sono eccellenti: le nuove previsioni indicano un 2,2% quest’anno, l’espansione più forte da prima della crisi finanziaria globale, nel 2007, e attorno all’1,8% nei due anni successivi. I consumi sono favoriti dal miglioramento dell’occupazione e gli investimenti dalle condizioni finanziarie favorevoli generate dalla politica monetaria della Bce stessa. L’export è sostenuto dalla ripresa globale, anche se bisognerà vedere, ha ammesso Draghi, quale sarà l’impatto dell’apprezzamento del cambio.
L’inflazione, che è poi l’unico obiettivo della Bce, resta però lontana dal target di stare «sotto ma vicino al 2%». Quest’anno chiuderà all’1,5, ma il prossimo fletterà all’1,2% per risalire all’1,5% nel 2019. Qualche impatto deflazionistico del rafforzamento dell’euro c’è, più marcato sull’inflazione di fondo (depurata dai prezzi dell’energia e degli alimentari). Draghi si è detto fiducioso che convergerà verso l’obiettivo e che nel 2020 la situazione migliorerà, ma ha dovuto anche spiegare ancora una volta che c’è nell’economia, soprattutto nel mercato del lavoro, più capacità inutilizzata di quanto si ritenesse e questo limita gli aumenti salariali.
Il cambio, insieme ai fattori geopolitici globali, è ora considerato il principale rischio al ribasso per l’economia dell’eurozona. Le nuove previsioni della Bce sono basate su un euro a 1,18 dollari (fissato il 14 agosto). Il cambio effettivo di questa tornata di stime è già del 4,4% più alto rispetto a quella di giugno. Il suo impatto sull’inflazione, dicono però gli economisti della Bce, è stato più modesto del previsto per il fatto che il recente apprezzamento è stato provocato in larga misura dal miglioramento delle prospettive di crescita dell’eurozona, che a sua volta riflette il miglioramento della domanda interna.
Se per ora Draghi si è limitato a dire che il consiglio vuole «monitorare» l’andamento dell’euro, ha precisato anche che sarà un fattore nelle decisioni di ottobre. Un altro elemento per ritenere che la Bce intenda avviarsi all’uscita dallo stimolo monetario in modo estremamente graduale. Il capo dell’istituto di Francoforte lo ha ricordato anche ieri. L’insistenza nello scollegare nei tempi il tapering degli acquisti e i rialzi dei tassi d’interesse ha inoltre favorito un calo dei rendimenti di mercato.

Alessandro Merli

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