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Più riforme per ridare fiato all’export

Magari potrà anche capitare nelle prossime settimane che, come hanno fatto trapelare fonti di Francoforte (ma non si capisce se è un’ipotesi davveso in discussione o un ballon d’essai per vedere l’effetto che fa), la Bce decida di abbassare i tassi sui depositi delle aziende di credito presso la Banca centrale sotto lo zero (a -0,1%, questa è l’ipotesi) per invogliarle a riattivare il circuito del credito verso l’eonomia reale e, nel contempo, deprezzare l’euro per rilanciare le esportazioni.
Ora, è vero che oggi le nazioni sviluppate che vogliono creare ricchezza devono per forza esportare, perché le economie mature non possono spendere più che tanto e lo sviluppo sta tutto nei Paesi emergenti. Ma è anche vero che una mossa come quella ipotizzata, se può certamente dare spazio temporaneo all’export grazie al deprezzamento della moneta unica europea, non è detto che convinca le banche commerciali a prestare più denaro alle imprese.
Oggi, però, l’economia di un “sistema Paese” in Occidente si difende solo se riesce a spingere l’export, o perché ha – anche grazie al cambio – prezzi concorrenziali o perché sa fare prodotti di elevata qualità ad alto valore aggiunto. La capacità di assorbimento interna è limitata, perché tutte le nazioni sviluppate sono “sature” dal punto di vista della richiesta e la domanda di sostituzione non può certo generare un boom.
Ma quali sono le nazioni meglio messe in capacità di crescita dell’export? La domanda non ha una risposta facile. Peraltro questa capacità non può essere misurata solo come la vittoria o la sconfitta in una competizione sportiva, merita un maggiore approfondimento.
«Un approccio diffuso alla questione – scrivono gli analisti di Standard Life Investments in un loro recente studio – pone le nazioni una contro l’altra, in una gara a chi produce beni e servizi al costo più competitivo possibile, spingendo così la competitività internazionale».
I modi più comuni per misurare questa performance sono l’andamento della bilancia commerciale e – soprattutto – le modifiche del Reer, cioè il Tasso di cambio reale effettivo (nel nostro caso il valore dell’euro calcolato sui costi e sui prezzi italiani, quindi ponderato con l’export verso determinate nazioni). Il calcolo del Reer avviene sulla base del calcolo di un indice ponderato su base commerciale dei tassi di cambio bilaterali nominali, poi deflazionato misurando i prezzi e i costi interni del Paese (o dei Paesi) di riferimento della valuta. Gli elementi più importanti, in questo processo, sono la selezione dei prezzi relativi e l’andamento degli scambi.
Il tasso reale effettivo di un Paese può essere abbassato, migliorando quindi la capacità di penetrazione sui mercati globali, attraverso politiche che riducono i costi salariali o aumentano la competività del lavoro. Però gli stipendi non sono l’unico onere importante che può influenzare la competitività delle imprese a livello globale.
Un esempio reale della rilevanza “politica” dei tassi di cambio effettivi reali nominali è l’esperienza dei Paesi della zona euro dall’introduzione della moneta unica. Fra il 2002 e il 2007 le significative riforme del mercato del lavoro in Germania hanno ridotto i costi unitari del lavoro tedesco e il tasso di cambio reale effettivo verso gli altri Paesi, il che ha portato – concretamente – a un aumento dell’export e del surplus delle partite correnti.
Al contrario, alcune nazioni dell’Europa periferica hanno vissuto un incremento della domanda domestica, il che ha ridotto l’impegno sul fronte delle riforme strutturali e ha provocato una crescita dei salari relativi. Come conseguenza il disavanzo delle loro partite correnti si è ridotto e molti hanno perso una quota importante del proprio export, facendo esplodere anche il debito pubblico.
A questo punto spetta alle nazioni che hanno perso competitività rispetto alla Germania avviare le riforme strutturali, riducendo il costo del lavoro interno e favorendo una crescita sospinta dalle esportazioni. Molti Paesi periferici adesso sono soggetti a una svalutazione interna, mentre i salari dei lavoratori tedeschi stanno crescendo rapidamente con il risultato, nel prossimo futuro, di maggiori importazioni dalla “periferia”.
«L’Europa mediterranea – osservano ancora gli analisti di Standard Life – ha migliorato la propria competitività globale grazie alle misure prese, ma queste non bastano ancora. Spagna, Irlanda e Grecia hanno ridotto in modo significativo il costo unitario del lavoro rispetto alla Germania, ma Francia e Italia hanno visto, per la debolezza della loro crescita, quanto le loro riforme siano state limitate, soprattutto per le resistenze politiche al cambiamento».
Ma il rovescio della medaglia tedesca è stata la debolezza degli investimenti interni. «La Germania deve focalizzarsi di più sulla crescita interna e aumentare le importazioni. In aggiunta, per arrivare a una crescita equilibrata, il nostro continente ha anche bisogno di una vera unione bancaria. Questo richiederà un forte supervisore unico per tutte le banche europee e un’autorità centrale per gestire il processo di adeguamento delle banche ai parametri richiesti dall’Unione».
Nel frattempo potrebbe essere anche opportuna l’emissione di Eurobond, come forma di “solidarietà” europea. Un’affermazione sulla quale il Governo tedesco difficilmente sarà d’accordo. Ma, se le svalutazioni interne dovessero diventare la normalità dell’aggiustamento economico in periferia, con il tentativo di far diventare l’Eurozona una sorta di Germania “allargata”, «sarebbe difficile rilanciare la crescita necessaria per il recupero economico. Anzi, gli squilibri interni potrebbero perfino aggravarsi».

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