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Più reti d’impresa nel futuro del mobile

«Abbiamo una straordinaria capacità di fare. Dobbiamo imparare a comunicare». Non si scappa. Per Giovanni Anzani – presidente di Assarredo (associazione facente parte di Federlegno Arredo) – la tenuta futura del settore del mobile-arredamento in Italia è legata soprattutto al «saper educare i consumatori in giro per il mondo. Se per mangiare bene, bere bene e vestirsi bene bisogna pensare al made in Italy, anche per vivere in case arredate al top si deve sapere che il meglio viene dall’Italia». Anzani è anche il ceo di Poliform, una delle aziende leader del settore, con sede a Inverigo (Como), 125 milioni di ricavi, per l’80% all’estero, 600 addetti sparsi in 7 stabilimenti, tutti in Brianza, e «neppure un’ora di cassa integrazione».
Peccato che l’esperienza di questa Fiat del mobile in salsa locale non sia la regola. Alcuni distretti, come quelli del mobile imbottito della Murgia o di Forlì, o come anche il cluster delle cucine di Pesaro, non se la passano bene. «A parte casi sporadici come la Scavolini che ha saputo innovare – afferma Camilla Fabbri, segretario Cna di Pesaro e Urbino – le imprese del distretto stanno attraversando una grossa crisi, che si sta ripercuotendo sulle realtà della subfornitura».
Il quadro è ancora più chiaro guardando al complesso dei distretti italiani del mobile. «Il settore – spiega Fabrizio Guelpa, del Servizio studi di Intesa Sanpaolo – è fra i pochi in cui la Cig è aumentata nella prima parte dell’anno, partendo già da livelli elevati». Il +5,7% annuo di gennaio-maggio ha consolidato il terzo posto in classifica quanto a monte ore, dopo i macchinari e il tessile, in cui la Cig è in calo. «Il problema – aggiunge Guelpa – è che il comparto è fra quelli che lavorano di più con l’interno, e quindi soffre». Non solo. «Le esportazioni dei distretti del mobile sono inferiori rispetto al periodo pre-crisi», con un gap del 17,1 per cento.
Non un buon viatico per un pezzo di made in Italy che sta pagando la crisi dei consumi interni ed è legato a doppio filo al trend non felice dell’edilizia. E, infatti, dopo il -18% del giro d’affari nel 2009 e il +1,9% del 2010, secondo le elaborazioni dal centro studi Cosmit/Federlegno Arredo lo scorso anno si è chiuso con un business in calo del 4,2%, affogato nelle sabbie mobili dei consumi interni (-7,3%), pur a fronte di un +5,8% di export. Ancora peggio nei primi mesi del 2012, con una flessione a due cifre sul fronte nazionale (-11%) e un -5% di vendite totali. Guardando al lungo periodo, dal 2007 è andato perso il 10% delle imprese e degli addetti (rispettivamente 7.615 e 43.469 in meno), oltre a 10 miliardi e mezzo di fatturato (sceso a 32 miliardi). E una ripresa, secondo le prime stime, non arriverà prima del 2013.
«Russia, Francia, Germania in Europa, ma anche Usa, Medio ed Estremo Oriente – dice il presidente di Federlegno Arredo, Roberto Snaidero – stanno dando dinamismo agli ordini esteri, cresciuti nei primi mesi dell’anno». Il baco «sta nel mercato nazionale, i cui riscontri sono sempre più preoccupanti. Avevamo chiesto un segnale al Governo, con l’agevolazione all’acquisto, riducendo l’Iva al 4 per cento per l’acquisto dei primi mobili. Non abbiamo ricevuto risposta. E invece un incentivo ai consumi interni è indispensabile». Le speranze sono quindi riposte oltreconfine, «ma serve in tutti noi imprenditori del settore – sentenzia Snaidero – la consapevolezza che bisogna muoversi diversamente per stare sui mercati, creando reti di impresa, facendo massa critica, sfruttando il contract e presentandoci con offerte integrate».
Qui il discorso si interseca con la necessità di un cambio di passo richiesto alle stesse imprese, troppo piccole e troppo legate al mercato interno. «Da noi il modello prevalente è quello di aziende che hanno puntato sul costante miglioramento del rapporto qualità-prezzo, senza preoccuparsi di fare una politica di brand o di comunicare al meglio la propria eccellenza», afferma Massimo Dalla Betta, presidente del Gruppo legno di Unindustria Treviso, una delle due province (assieme a Pordenone) in cui prende forma il distretto del Livenza e del Quartiere del Piave (si veda l’altro articolo in pagina), che per dimensioni è il principale cluster italiano, con 2mila aziende e circa 4 miliardi di ricavi. «Fra 2009 e 2011 però – aggiunge – solo per quanto riguarda le aziende della nostra provincia abbiamo perso il 35% del fatturato e il 5,4% di aziende. Allargare la gamma di prodotti, prezzi e mercati diventa essenziale. Come il sapersi vendere».
Di qualità e innovazione invece non si parla, ma solo perché gli sforzi in tal senso sono dati per assodati. E questo mentre dalla consapevolezza del l’importanza di avere figure qualificate nasce il progetto di un polo formativo ad hoc, in Brianza. I primi “studenti” saranno tra i banchi a settembre 2013. «Dobbiamo recuperare un’adeguata conoscenza della materia prima. Vado spesso a parlare nelle università, ma mi rendo conto che del legno si sa troppo poco», dice Maurizio Riva, alla guida di Riva 1920 di Cantù (Como), azienda da 12 milioni di fatturato, per il 72% realizzato all’estero, che ha fatto dell’uso e del riuso di materiali particolari (come il millenario Kauri o le briccole – i pali lagunari – veneziane) il suo punto di forza. E anche in questo caso, «senza mai fare un’ora di cassa integrazione».

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