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Più protezione per il copyright sul web

Più protezione per il copyright sulla Rete: il tribunale di Roma (sent. 693/2019, rel. Basile, pres. Pedrelli) assicura massima protezione all’hosting illegittimo di contenuti altrui. Nei mesi scorsi Mediaset ha intentato quattro cause civili nei confronti di Vimeo, piattaforma non autorizzata di distribuzione audiovisivi e programmi televisivi. La prima avanti al Tribunale civile di Roma, sezione specializzata Imprese, si è chiusa, in primo grado, con la condanna della società americana al risarcimento di 8,5 milioni di euro.

Si tratta di una fondamentale decisione in difesa dei contenuti tv coperti da diritto d’autore e diffusi senza autorizzazione su internet. Il tribunale di Roma ha inibito l’ulteriore diffusione dei contenuti e riconosciuto un risarcimento di 8,5 milioni di euro nei confronti di RTI, società del Gruppo Mediaset, per la pubblicazione e la mancata rimozione di video tratti da programmi televisivi. La piattaforma dovrà impedire nuovi caricamenti di contenuti non autorizzati, pena una sanzione di 1.000 euro per ogni singola violazione e una penale di 500 euro per ogni giorno di ritardo nella rimozione.

La Corte capitolina ha altresì imposto l’immediata rimozione di tutti i video che in futuro dovessero essere caricati ed afferenti ai medesimi programmi TV oggetto della causa, non senza precisare però che «secondo il costante orientamento giurisprudenziale della Corte di Giustizia, nemmeno l’hosting “attivo” può essere assoggettato a un obbligo generalizzato di sorveglianza e di controllo preventivo del materiale immesso in rete dagli utenti (destinatari del servizio), in quanto ciò si risolverebbe in una inammissibile compressione del diritto di informazione e della libertà di espressione e comprometterebbe il necessario equilibrio che deve esserci tra la tutela del diritto d’autore e la libertà d’impresa nel campo della comunicazione». Tuttavia, correttamente il Tribunale di Roma ha fatto esatta applicazione sia del dato normativo che della giurisprudenza della stessa Corte di giustizia Ue che impongono espressamente che l’intermediario agisca da operatore diligente anche in ottica di prevenzione rispetto a specifici casi di illecito, impedendone la ripetizione.

Questo emerge sia dal considerando 47 della Direttiva 2000/31/Ce, ove si legge che il divieto dell’obbligo generale di sorveglianza «non riguarda gli obblighi di sorveglianza in casi specifici», che dall’art. 15 della detta direttiva (e dall’art. 17 del dlgs 20037/70), che infatti vietano l’imposizione solo di un obbligo «generale» di sorveglianza e il cui contenuto sarebbe svuotato di ogni significato se si estendesse tale divieto anche a obblighi di sorveglianza su casi specifici. Tale assunto è recepito anche dalla Corte di giustizia Ue sia nel caso C-360/10, Netlog secondo cui ad essere vietato è solo «un sistema di filtraggio sulla totalità o sulla maggior parte delle informazioni memorizzate presso il prestatore di servizi di hosting coinvolto, (se) illimitata nel tempo, (e se) riguarda qualsiasi futura violazione» che, da ultimo, con la sentenza del 15/9/2016, C-484/14, caso McFadden vs Sony (punto 95), «la Corte ha già dichiarato che le misure adottate dal destinatario di un’ingiunzione, come quella in causa nel procedimento principale, in sede di ottemperanza alla stessa, devono essere abbastanza efficaci da garantire una tutela effettiva del diritto fondamentale in parola, vale a dire che esse devono avere l’effetto di impedire o, almeno, di rendere difficilmente realizzabili le consultazioni non autorizzate dei materiali protetti e di scoraggiare seriamente gli utenti di Internet che ricorrono ai servizi del destinatario di tale ingiunzione dal consultare tali materiali messi a loro disposizione in violazione del suddetto diritto fondamentale (come anche con sentenza del 27.4.2014, UPC Telekabel Wien, C 314/12, punto 62)».

Alessandro La Rosa

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