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Più profitti per Fca, a quota 2 miliardi Marchionne: obiettivi 2018 al rialzo

MILANO Va ben oltre gli obiettivi previsti per il 2015, alza i target per il 2018. Anche senza (più) Ferrari. Però ritarda al 2020 il completamento del piano di rilancio Alfa Romeo, confermando per quest’anno solo l’uscita della Giulia (in produzione entro marzo). E del traguardo dei 7 milioni di auto fissato all’origine dal business plan 2014-2018 non c’è traccia. «Non mi interessa più», dice Sergio Marchionne anticipando la prevedibile domanda degli analisti, e può sembrare la classica spiegazione di comodo. A maggior ragione se si considera che già nel bilancio 2015 di Fiat Chrysler Automobiles, approvato ieri a Londra dal consiglio presieduto da John Elkann, proprio la voce «veicoli consegnati» è tra le pochissime a non aver centrato il bersaglio. Le stesse stime del gruppo puntavano a 4,8 milioni di vetture. Il consuntivo si ferma a 4,6.
Perciò è anche su questo che la Borsa, ipervolatile e ultraspeculativa, manda Fca sull’ottovolante. A caldo, in mattinata, guarda per esempio i 2 miliardi di utili netti rettificati che chiudono i conti 2015 o i 5 miliardi di indebitamento netto che diventeranno 4-5 miliardi di «cassa» netta nel 2018, e porta il titolo su del 2,6%. Un po’ più a freddo punta i riflettori sui rallentamenti produttivi o sugli accantonamenti per le campagne di richiamo americane, e si passa a un calo che sfiora anche il 4%. A bocce quasi ferme, con qualche dettaglio in più sui nuovi obiettivi del piano al 2018 e mentre Marchionne sta per iniziare la conference call , inverte di nuovo rotta e il ribasso si riduce allo 0,8%.
Non è tanto il fatto che l’amministratore delegato esordisca definendo «fenomenali» i risultati 2015. È che, sapendo benissimo dove punteranno le domande più insidiose, chiarisce subito perché per lui, il profeta del consolidamento, in questo momento il famoso traguardo dei 7 milioni di auto prodotte diventa secondario. Uno, perché quel che appariva realistico nel 2014 non lo è più oggi: «La Cina ha rallentato. Il Brasile negli ultimi 18 mesi ha perso un milione di vetture». Due, e soprattutto, perché «non è quello il numero importante, importante è il raggiungimento dei risultati economico-finanziari». Obiettivo centrato e superato nel 2015: 113 miliardi di ricavi (+18%); 5,3 di profitti operativi (+40%); 2 di utile netto rettificato (+91%), pur se quest’ultimo si riduce a 377 milioni una volta dedotti gli oneri straordinari (in buona parte legati alle nuove, più stringenti norme Usa su sicurezza e richiami). Ma obiettivo, anche, a portata di mano e rivisto al rialzo sia per quest’anno che per l’intero arco del business plan. Il gruppo non potrà più contare sugli importanti contributi di Ferrari, passata sotto l’ombrello di Exor e il cui scorporo, operativo dal 3 gennaio, ha tra l’altro consentito a Fca di ridurre da 6 a 5 miliardi l’indebitamento industriale netto? È un fatto. I conti, a parità di perimetro, miglioreranno comunque. Per il 2016 i ricavi sono previsti a 110 miliardi, i profitti operativi a 5, l’utile netto rettificato a 1,9, l’indebitamento sotto i 5 miliardi attuali. Per il 2018 la revisione al rialzo, oltre a stimare una trasformazione del debito in attivo, fissa i ricavi a 136 miliardi, i profitti operativi a 8,7-9,8, quelli netti a 4,7-5,5.
Ciò non toglie che Marchionne parli dei prossimi anni (2016 incluso) come di «una traversata nel deserto». Non tanto, o non solo, per il rallentamento cinese (cui lega lo slittamento dei piani Alfa), per un Brasile che non pare risollevarsi, per gli Stati Uniti probabilmente al loro picco massimo.
Queste in fondo sono le «normali» difficoltà di un mercato altamente ciclico. I veri nodi, e la ragione di un «aggiornamento del piano che serve ad attrezzare Fca» di conseguenza, stanno nei massicci investimenti richiesti dalla sfida digital-tecnologica e, soprattutto, dalla progressiva stretta normativa sul fronte ecologico, con requisiti diversi richiesti dall’Europa, dagli Usa, dall’Asia. Se, nonostante tutto, il leader di Fiat Chrysler alza gli obiettivi economico-finanziari pur abbassando di fatto quelli produttivi, significa che è certo di poter aumentare i margini di redditività. Probabilmente a partire dal continuo boom del marchio Jeep, che nel 2018 dovrebbe «portare» da solo 2 milioni di vetture. E se l’Alfa, invece, dovrà aspettare ancora, «è meglio lanciare una macchina perfetta che una incompleta troppo presto». Su questo dovrà ora rassicurare i sindacati.

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