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Più posti stabili meno giovani inattivi così sta cambiando il mercato del lavoro

C’è l’ultracinquantenne che resta al lavoro o che addirittura lo trova perché è più esperto di un giovane e soprattutto perché non può andare in pensione, bloccato com’è dalla riforma Fornero. C’è il giovane fattorino che consegna i pasti a domicilio a 2 euro a viaggio, ma che risulta alle statistiche come nuovo lavoratore autonomo. C’è il neolaureato che riesce ad essere assunto a tempo indeterminato. E c’è infine il “neet” non più giovanissimo, che non studia e non lavora, ma che ora ha deciso di iscriversi nelle liste di disoccupazione perché spera di intercettare quel poco di ripresa che soffia sul nostro paese. Dietro i dati sul lavoro diffusi ieri dall’Istat – dati che ci consegnano al tempo stesso un aumento dell’occupazione e della disoccupazione – prendono forma nuovi identikit sociali, alle prese da una parte con un’economia che non riesce a decollare e dall’altra con gli strumenti offerti dal governo per dare una spinta al lavoro: sconti contributivi e Jobs Act.
GLI INCENTIVI AD ASSUMERE.
E qui arriva la prima sorpresa: quest’anno, sia pure dimezzati, gli incentivi ad assumere hanno funzionato ancora, dopo il boom del 2015. Certo, a settembre i dipendenti a tempo indeterminato sono scesi di mille unità, ma da gennaio l’aumento è ancora notevole: 162 mila in più. Che si confrontano con i 240 mila del 2015 quando gli sconti contributivi erano al massimo. Dunque la spinta all’aumento dell’occupazione è proseguita ed è venuta ancora e soprattutto dai posti “stabili”. Che tuttavia proprio dopo il Jobs Act – ricordiamolo – non sono più acquisiti in via definitiva, essendo molto più agevole il licenziamento. Matteo Renzi e il suo ministro Giuliano Poletti esultano e ricordano che da quando sono al governo, l’Italia ha 656 mila posti in più. Che il tasso di occupazione (57,5%) è al suo livello più alto dal 2009, e che in particolare quello femminile ha toccato il record dal ‘77. «Il passaggio dei contratti da precari a stabili – commenta Maurizio Del Conte, presidente dell’Agenzia nazionale per il lavoro – è ormai una tendenza che va oltre gli incentivi e che dimostra l’efficacia del Jobs Act». Anche se non incrocia tutte le età.
OVER 50 E GIOVANISSIMI.
Per i lavoratori più anziani l’aumento dell’occupazione è travolgente. Complici l’invecchiamento della popolazione e l’impossibilità di andare in pensione. Ma anche la fiducia che le aziende ripongono nella loro esperienza e maturità. «Formare un giovane oggi– spiega Guglielmo Loy, segretario confederale della Uil – costa dai 10 ai 20 mila euro, e molte imprese preferiscono tenersi o assumere gli over 50». Così in un anno hanno infoltito l’esercito del lavoro con 384 mila nuovi “vecchietti”. Ma per la prima volta succede qualcosa di positivo anche per la fetta più giovane dei “millennials”, tra 15 e 24 anni: trentamila occupati in più nell’ultimo anno, gran parte dei quali a settembre. Mentre frena, ma è tuttora pesante, l’emorragia di posti per le generazioni di mezzo, quelle più produttive.
NON PIÙ INATTIVI.
Quando parliamo invece di “inattivi” (né occupati né disoccupati) ci vengono in mente subito i “neet boys”, i ragazzi che non studiano e non lavorano. Ma non ci sono solo loro. In realtà gli sfiduciati coprono tutte le età. Ora per una parte di loro quella sfiducia si fa sentire di meno e così mezzo milione di inattivi ha deciso di iscriversi alle liste di disoccupazione con la speranza di trovare un lavoro. Alcuni lo hanno già trovato, altri sono diventati disoccupati. Ecco perché a settembre insieme all’occupazione sale anche il tasso di disoccupazione (11,7% contro l’11,5 di agosto).
PIÙ LAVORO AUTONOMO.
Ma se è vero che da gennaio ad oggi abbiamo avuto ancora un forte aumento degli occupati stabili, è vero anche che a settembre questo apporto è venuto meno, almeno temporaneamente, mentre è cresciuto quello del lavoro autonomo. Come mai? C’è molta gente che si mette in proprio. «Ma una buona fetta – dice Loy – di quel lavoro è sostanzialmente subordinato. Assistiamo infatti a una ripresa forte delle collaborazioni occasionali che sono prestazioni eterodirette, come quelle dei fattorini che consegnano pasti a domicilio, lavori trovati su “app” solo in parte autorizzate. C’è sempre un altro che ti dice cosa fare, e se non obbedisci ti ritrovi in fondo alla lista delle consegne». È quella che qualcuno chiama “gig economy”, l’economia dei lavoretti: dai trasporti privati alternativi alla progettazione di siti, dalla vendita di prodotti artigianali agli affitti turistici, fino alle consegne a domicilio. Sta al governo impedire che la precarizzazione, combattuta finora efficacemente sul fronte dell’occupazione dipendente, passi surrettiziamente attraverso nuovi canali.

Marco Ruffolo

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