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Più posti fissi crollo partite Iva molte erano finte

ROMA.
Si muove, seppure lentamente, il mercato del lavoro italiano. In un anno (l’anno del Jobs act e degli sgravi contributivi per le assunzioni a tempo indeterminato) l’occupazione è aumentata di 109 mila unità, i disoccupati sono 254 mila in meno, il tasso di inattività è calato lievemente dello 0,1%. Il tasso di occupazione (56,4%) resta tra i più bassi d’Europa dove la media è oltre il 60%. Rimane stabile, nell’ultimo mese, il tasso di disoccupazione giovanile, 37,9%, anche se in un anno è calata del 3,3%. Sono gli ultimi dati rilevati dall’Istat che segnalano un cambiamento interessante nel mercato del lavoro: è il lavoro dipendente a spiegare interamente l’aumento dell’occupazione. In un anno i lavoratori con contratto subordinato sono cresciuti di 247 mila unità contro una diminuzione dei lavoratori autonomi di 138 mila unità. Nel lavoro autonomo, certo, ci sono i professionisti e gli artigiani, ma anche le false partite Iva e le collaborazioni mascherate. Insomma una parte del lavoro grigio che con le nuove regole del Jobs act è passato al lavoro dipendente. I numeri dicono questo: in un anno ci sono stati 135 mila contratti a tempo indeterminato in più che coincidono quasi esattamente con i posti di lavoro indipendenti persi. Nello stesso periodo sono cresciute di 113 mila unità i contratti a termine. Si comincia a vedere dunque un po’ meno di precarietà a parte il fenomeno preoccupante (il ministero ha avviato un’inchiesta) del boom dei voucher: + 70%.
Non è dunque un bilancio negativo quello del primo anno di Jobs act (gli sconti sono entrati in vigore a gennaio, l’abolizione dell’articolo 18 a marzo) ma nemmeno esaltante. In un mese (dicembre rispetto a novembre), d’altra parte, si sono registrati 21 mila occupati in meno e la disoccupazione è risalita all’11,4%. «L’economia non ha ripreso, se non pochissimo. E questo si riflette sull’occupazione che anzi è stata particolarmente sensibile a un incremento del Pil di appena lo 0,8 %», spiega Emilio Reyneri, professore emerito di sociologia del lavoro all’Università Bicocca di Milano. «Ma non c’è ombra di dubbio — continua — che uno degli scopi del Jobs act fosse proprio quello di realizzare un travaso di una parte del lavoro precaria nel lavoro stabile. Questo è avvenuto».
I dati dell’Istat, tuttavia, non spiegano tutto quel che sta accadendo nel mercato del lavoro come per esempio il crollo della cassa integrazione: – 44,7%.
«C’è un’inversione di tendenza — ragiona Pietro Garibaldi, professore di economia all’Università di Torino — il mercato del lavoro si è mosso ma, va detto, a costi altissimi per lo Stato». Perché quello 0,5 % in più di occupati in un anno (cioè i 109 mila posti) ci sono costati due miliardi di euro. Questo l’effetto sgravio previsto dalla penultima legge di Stabilità. Effetto (sconto di 8.060 euro l’anno per tre anni per ogni assunto in maniera permanente) che nel 2016 sarà molto più modesto (risparmio massimo di 6.500 euro in due anni). Anche per questo il 2016 potrebbe andare peggio del 2015. «Il contesto — dice Garibaldi — è mutato: c’è il decalage degli sgravi, c’è un rallentamento ancora più marcato di alcune economie come quella cinese o russa, c’è la Borsa, che in genere anticipa i cambiamenti, che va male». Non sono pessimistiche le previsioni di Confindustria. «Noi — spiega Luca Paolazzi, chief economist di Viale dell’Astronomia — abbiamo rilevato che esiste da un po’ di tempo una “presa diretta” dell’occupazione rispetto all’andamento dell’economica. Per il 2016 prevediamo una crescita del Pil dell’1,4% e un incremento dell’occupazione dell’1,1%. Le imprese sanno che le riforme rimarranno e che, per quanto ridotti, resteranno pure gli sgravi per le assunzioni».
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