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«Più mercato in Intesa Sanpaolo, il 53% delle azioni a soci esteri»

Parlar di public company è azzardato, di Intesa Sanpaolo le fondazioni presidiano ancora il 25% del capitale e certo non allenteranno la presa proprio adesso che Carlo Messina ha promesso la distribuzione di dividendi per 10 miliardi nei prossimi cinque anni. Però è un fatto che nel capitale della superbanca siano ormai da tempo gli investitori internazionali a fare la parte del leone. Ed è lo stesso Messina, il consigliere delegato salito in plancia a fine settembre 2013, a segnalare alla presentazione del rapporto sui distretti come la quota di soci stranieri della banca sia salita più di recente oltre il 50%, al 53% circa, e sia destinata a rafforzarsi ancora. 
«Ho riscontrato un notevole interesse nel mercato italiano, in particolare dei grandi investitori americani» segnala Messina fresco degli incontri con circa 80 rappresentanti dei maggiori fondi internazionali nel corso del road show svolto a Londra per la presentazione dei conti 2014 chiusi con un utile netto di 1,7 miliardi. Che l’attenzione degli investitori su Intesa sia cresciuta lo dimostra la corsa della capitalizzazione con un più 80% da 26 a 46 miliardi di euro nell’ultimo anno e mezzo.
Circa «10 miliardi in più» rispetto a concorrenti «meno geograficamente concentrati o basati in altri Paesi, come Unicredit o Deutsche Bank».
Il primo singolo azionista estero di Intesa è il gigante Usa BlackRock con il 4,89% circa, una quota seconda solo al 9,50% della Compagnia di San Paolo e di poco superiore a quella della Fondazione Cariplo, socio storico di riferimento oggi al 4,84% . Sopra la soglia del 2% c’e’ poi Norges Bank, il fondo sovrano norvegese (con il 2,032%). Il resto sta sotto il livello delle dichiarazioni obbligatorie e non è escluso, a detta degli analisti, che qualcuno possa emergere dal flottante indistinto nelle prossime settimane.
L’Italia viene percepita come un Paese «sul punto della svolta dagli investitori internazionali», secondo Messina «anche grazie alle riforme del mercato lavoro e delle banche popolari». Nella percezione degli investitori esteri «il nostro Paese è rimasto ingessato per troppo tempo. Anche dal punto di vista simbolico, scardinare le resistenze del passato viene visto come un fattore positivo». E a proposito dell’introduzione dei nuovi contratti a tutele crescenti, Messina assicura che «non cambierà la politica sull’erogazione dei mutui. Noi teniamo conto di una serie di criteri e non cambieremo la nostra policy di erogazione del credito: non vedo cambiamenti significativi, basta che ci sia un reddito, uno stipendio».
L’internazionalizzazione passa anche dalle acquisizioni all’estero, nel private banking e nell’asset management, «priorità strategica» per Intesa che, dice il consigliere delegato, potrebbe valutare l’acquisizione di marchi stranieri nel Paesi «con rating a tripla A». Sul fronte del credito, «il 2015 sarà un anno decisivo», la banca prevede di erogare prestiti per «36, 37 miliardi a medio lungo termine a servizio dell’economia del Paese».
Messina replica infine a una domanda sull’offerta giunta da Mondadori per Rcs Libri, controllata del gruppo del «Corriere della Sera» del quale Intesa è socia con il 4,2%: «Avendo crediti molto più importanti rispetto alla piccola partecipazione che deteniamo siamo interessati a che i crediti vengano salvaguardati»

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