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Più margini all’Italia sui conti pubblici

Prima ancora che arrivasse l’annuncio ufficiale di José Barroso, via twitter Enrico Letta esulta con un «ce l’abbiamo fatta!». La Commissione europea ha deciso di concedere ai Paesi virtuosi «deviazioni temporanee» dal deficit. E il governo italiano rivendica il risultato come un premio, ricordando di aver scommesso «fin dall’inizio sul rispetto degli obiettivi di finanza pubblica».
A frenare però gli entusiasmi italici è l’immediata precisazione di Bruxelles sul sostantivo «flessibilità». Non si tratta infatti di un allentamento del vincolo del 3% nel rapporto deficit/Pil, che andrà sempre e comunque rispettato. E perché non ci siano dubbi, nella lettera inviata ai ministri delle Finanze europei il commissario agli Affari economici e monetari Olli Rehn lo ribadisce esplicitamente. Anzi, non solo la «deviazione temporanea» sarà consentita solo a condizione che venga rispettato il limite del 3%, ma dovrà essere garantito anche il mantenimento delle regole sul debito (la riduzione di un ventesimo annuo della parte eccedente il 60%). E non basta. Le risorse potranno essere destinate esclusivamente a progetti cofinanziati dalla Ue, ad esempio come le grandi reti infrastrutturali, che abbiano un impatto «positivo e verificabile» sul bilancio.
Quel che la Ue consente è dunque solo un discostamento all’interno dell’anno, che comunque oggi è precluso. L’uscita dalla procedura di deficit eccessivo permette quindi al governo di poter contare almeno su questa «flessibilità».
Ma a quanto ammonta la dote disponibile? Il margine stimato dal Sole 24 Ore è attorno ai 7-8 miliardi. Dipenderà da quanto riusciremo a stare sotto al 3%, sarà quella la finestra a disposizione. Le previsioni più aggiornate indicano il rapporto deficit/Pil al 2,4%. Se queste stime saranno confermate, l’Italia avrà dunque da spendere uno 0,5%, circa appunto 7-8 miliardi, che invece si ridurrebbero fino ad annullarsi qualora dovessero diventare realtà quelle previsioni che già parlano di un deficit/Pil fermo al 2,9 per cento.
Il risultato è comunque un buon atout per il governo, e Letta certamente se lo giocherà stamane nel corso della verifica di maggioranza. «Voglio affrontare queste tensioni, queste discussioni con un’unica bussola: i fatti, le realizzazioni, le cose concrete, non le parole e i discorsi», conferma in un’intervista al Tg1, dove non disdegna di tirare qualche frecciatina. Per il premier la decisione della Commissione è figlia di «60 giorni di duro negoziato», in cui «non abbiamo battuto i pugni sul tavolo e non abbiamo fatto polemiche sui piccoli passi», rivendica con chiaro riferimento alle critiche mossegli da Silvio Berlusconi, Matteo Renzi e Mario Monti: «L’Europa premia chi si impegna, questo non è un successo per me ma per gli italiani».
Il premier garantisce che nella prossima legge di stabilità ci saranno risorse per garantire la realizzazioni di investimenti in infrastrutture (e non solo materiali) assieme al taglio delle tasse sul lavoro e al sostegno all’occupazione giovanile.
Letta è consapevole che la strada resta ancora in salita. Ma come ha detto ieri il suo ministro dell’Economia, ritiene questo «un primo segnale» in vista di quanto potrà avvenire in autunno, dopo le elezioni tedesche. «Per ottobre è già previsto un Consiglio europeo – ha ricordato Fabrizio Saccomanni – che farà il punto sulla congiuntura e in quella sede sarà possibile fare un esame sull’evoluzione economica e sulla necessità di eventuali ulteriori misure correttive».
Per ora dunque non resta che accontentarsi. E lo sanno anche i partiti della maggioranza che plaudono alla decisione di Bruxelles e già si lanciano in ipotesi su come eventualmente indirizzare le risorse a disposizione. Anche perché Pd, Pdl e Scelta civica in questo momento devono soprattutto fare i conti con le loro beghe interne. La riunione alla Camera dei deputati del Pdl è finita con l’ennesimo scambio di accuse tra falchi e colombe mentre nel Pd tiene banco la guerra tra correnti, o meglio il Renzi contro tutti.

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