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Più incerto il pareggio nel 2013

di Dino Pesole

ROMA
I segnali non sono proprio rassicuranti. A palazzo Chigi e al ministero dell'Economia è scattato da qualche giorno una sorta di preallarme rosso, a causa delle persistenti turbolenze dei mercati finanziari. Tanto che si è deciso di far slittare a lunedì il via libera da parte del Consiglio dei ministri del nuovo quadro programmatico, Pil e deficit in primis, inizialmente fissato per questa mattina. Nell'incertezza su quale potrà essere a fine 2012 il livello effettivo della spesa per interessi, magna pars del nostro deficit pubblico, la linea è di tener al momento la barra ferma sull'obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013, senza che per questo sia necessario ricorrere a una nuova manovra correttiva.
Il quadro tuttavia è in evoluzione, troppe sono le variabili in gioco: politiche in Europa, con le elezioni francesi alle porte e quelle tedesche previste il prossimo anno, economiche con la Spagna nel mirino e l'Europa paralizzata nei suoi meccanismi decisionali. Le tensioni sul fronte interno, a partire dall'incerto destino della riforma del mercato del lavoro all'esame del Senato, aumentano il livello di incertezza. La conclusione è che al momento, a fronte di una contrazione del Pil quantificabile in circa un punto rispetto alle stime di inizio dicembre (1,3-1,5%, contro lo 0,4-0,5%), il «Def» confermerà il percorso di rientro del deficit secondo il timing previsto, senza ulteriori interventi. Poi se riparlerà a ridosso dell'estate.
Il momento è molto delicato – ammette il viceministro dell'Economia, Vittorio Grilli – e la crisi «è molto profonda a livello mondiale ed europeo, ma l'Italia ha intrapreso con successo un lungo percorso». Per citare Giorgio Napolitano, siamo di nuovo in inverno, e il clima di ottimismo che si era diffuso nelle settimane scorso sembra ormai aver ceduto il passo a un sano realismo.
Al ministero dell'Economia si parte dalla constatazione che il punto più critico della crisi, per quanto riguarda il nostro debito pubblico, è stato toccato a metà novembre, e le stime sulla spesa per interessi sono state tarate su quel livello. Allora abbiamo superato abbondantemente i 500 punti base nello spread tra Btp e Bund. Ieri, dopo il collocamento di 2,88 miliardi di Btp triennali con tassi al 3,89% (2,76% lo scorso mese), lo spread ha chiuso a 361,8 punti base, in calo dai 375 punti di due giorni fa, con il rendimento del decennale a quota 5,41 per cento. Il quadro previsionale sul quale è stata impostata la manovra «salva-Italia» sconta una maggiore spesa per il servizio del debito di 8,2 miliardi nel 2012, 10,5 miliardi nel 2013 e 11,3 miliardi nel 2014. Al momento vi è un discreto margine di sicurezza, ma è evidente che se le fibrillazioni dei mercati dovessero nuovamente investire in modo frontale il nostro debito, quel margine potrebbe rilevarsi insufficiente. Del resto è la stessa Bce a segnalare che il recente aumento dello spread in Italia e Spagna riflette anche l'aggiustamento delle attese di crescita per l'area euro, con entrambi i paesi in recessione. Il problema ora non è tanto la capacità del nostro Paese di finanziarsi sul mercato, quanto la velocità di uscita dal tunnel e l'avvio della ripresa.
In tale persistente incertezza, il Documento di economia e finanza che sarà approvato lunedì pomeriggio punta a livello programmatico sulla possibile uscita dal tunnel della recessione tra la fine del 2012 e l'inizio del 2013. Le variabili esterne sono decisive, e non a caso Grilli pone l'accento sul «destino comune» che lega l'intera eurozona: «Non si può pensare – come i mercati dimostrano – che ognuno abbia un destino separato. Per questo stiamo coordinando le nostre azioni in Europa. Non esiste alcun derby Italia-Spagna».

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