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Più gettito al Nord, aliquote record al Sud

Gettito più generoso a Nord, incrementi di aliquote a Sud. Il paradosso alimentato negli ultimi anni dal Fisco regionale emerge in modo evidente se si incrociano le dinamiche regionali delle entrate tributarie con la storia recente degli interventi sulle imposte territoriali. Vediamo perché.
I «tributi propri» delle Regioni valgono nel 2010 76,2 miliardi di euro, con un incremento del 38% rispetto al 2001, ma se si tiene conto delle manovre dell’ultimo biennio non ancora registrate dall’istituto di statistica si può stimare un aumento del 50% (si veda Il Sole 24 Ore di ieri). La corsa, però, non è stata uguale ovunque, e al di là delle oscillazioni statistiche sempre possibili quando si scende così nel dettaglio, dal complesso dei numeri non è difficile trovare una morale complessiva: il gettito fiscale, ovviamente, è decisamente più alto nelle Regioni settentrionali, ma le manovre di inasprimento delle richieste a cittadini e imprese si sono concentrate soprattutto a Sud.
Il record dei «tributi propri» si incontra con i 22,7 miliardi di gettito attribuiti alla Lombardia, e nemmeno questa è una sorpresa. L’aumento del 30,8% rispetto al 2001 si deve però più alla dinamica economica, che soprattutto fino al 2007 ha ampliato produzione, ricchezza e di conseguenza basi imponibili. Per capirlo basta pensare ai due protagonisti del Fisco regionale, cioè l’Irap sulle attività delle imprese e l’addizionale Irpef sui redditi dei cittadini: con imposte come queste, è naturale che il collegamento fra crescita economica e gettito fiscale è nelle Regioni ancor più diretto di quanto accade nello Stato, dove il peso delle imposte indirette sui consumi, che colpiscono “a strascico”, modifica questa dinamica.
E proprio qui sta il problema, guardando all’altro capo del paradosso citato all’inizio. Dal Lazio alla Campania, passando per Abruzzo e Calabria, dominano gli aumenti più vivaci nel panorama dei tributi regionali. La stessa storia è raccontata dalle aliquote applicate dalle amministrazioni, colpite spesso dagli incrementi automatici per il ripiano degli extradeficit sanitari che i piani di rientro non riescono a contenere senza ricorrere alla leva fiscale. Nonostante questo, però, i valori raccolti dai tributi propri regionali rimangono mediamente più bassi: la Calabria, giusto per fare qualche esempio, ha il 25% di residenti più della Liguria, ma raccoglie poco più del 73% dei tributi regionali accertati a Genova. La Toscana, con i suoi 3,7 milioni di abitanti, si attesta secondo i dati Istat a 3,1 miliardi di euro, poco sotto alla Campania dove però abitano 5,8 milioni di persone.
Da questo incrocio fra aliquote mediamente più alte e gettito più basso nasce il rischio di un circolo vizioso in cui la pressione fiscale in crescita porta un ostacolo aggiuntivo allo sviluppo economico, spingendo quindi a ulteriori aumenti di aliquote per finanziare la spesa. Un rischio, questo, denunciato anche dalle associazioni imprenditoriali del Mezzogiorno, che hanno lamentato la perdita di posti di lavoro per il gap competitivo rappresentato dalle super-aliquote conseguenti al deficit sanitario. In questi territori si ripropone in misura ancora più drastica il dato nazionale già allarmante che in dieci anni ha visto crescere il rapporto fra imposte territoriali e Pil dal 3,97% al 4,91 per cento.
Un’impennata, questa, che non tiene conto delle imposte che nominalmente sono statali, e quindi non entrano nei «tributi propri» dei Governatori, ma servono a finanziare i bilanci delle Regioni. È il caso della compartecipazione Iva, nata nel 2000 e raddoppiata in 12 anni fino a superare il tetto del 50 per cento.

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