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“Più flessibilità sul deficit se farete le riforme”

BRUXELLES — L’Europa si prepara ad accogliere Matteo Renzi mettendo le mani avanti. Ormai è chiaro che a Bruxelles si dà per scontato che il nuovo primo ministro italiano chiederà di rinegoziare la severa tabella di marcia che il Patto di stabilità ci impone per il risanamento dei conti pubblici. Una road map accettata ma non applicata da Berlusconi, fatta propria da Monti e poi da Letta. Ma che al nuovo premier potrebbe stare stretta.
Che fare allora se Renzi chiederà un maggior margine di manovra per consentire un rilancio della crescita economica che rompa il circolo vizioso tra recessione e debito pubblico? Ieri il presidente dell’Eurogruppo, il ministro delle finanze olandese Joeren Dijsselbloem, ha di fatto riconosciuto che la questione è stata discussa tra lui e il commissario agli affari economici Olli Rehn. «Ho proposto alla Commissione che se vuole dare più tempo ai Paesi per rimettere in ordine i conti, deve esigere che quel Paese faccia le riforme, e le faccia prima che la decisione sul concedere più tempo venga presa », ha spiegato Dijsselbloem. E ha concluso: «Olli Rehn si è dichiarato d’accordo con tale proposta e in futuro in tal modo si comporterà la Commissione».
Questa condizionalità preventiva è una novità nella prassi comunitaria, e si tratta evidentemente di un “pacchetto” studiato su
misura per l’Italia, che rivela una forte diffidenza. Dijsselbloem lo ha ammesso candidamente. «Negli ultimi due anni a molti Paesi della zona euro, il mio incluso, la Commissione ha concesso più tempo per raggiungere gli obiettivi di bilancio, ma non con la richiesta esplicita di fare riforme extra. Invece ora dobbiamo dire: se vuoi più tempo, devi dimostrare prima che stai facendo le riforme davvero».
In effetti, mentre l’Italia risanava i conti a marce forzate per uscire dalla procedura di infrazione, Spagna, Francia e Olanda hanno
ottenuto dalla Commissione di poter restare sotto procedura allungando i tempi del rientro sotto il tetto del tre per cento di deficit. E hanno avuto partita vinta impegnandosi a varare una serie di misure economiche sollecitate da Bruxelles, ma senza dover dimostrare di aver applicato i provvedimenti prima di ottenere la proroga.
Rimane comunque da capire quali margini di manovra saranno chiesti dal nuovo governo italiano. Tornare a sfondare il tetto del tre per cento, dopo averlo rispettato per due anni, è un passo che comporta conseguenze più gravi che chiedere una proroga sul rientro e ci farebbe tornare sotto procedura e dunque sotto la tutela di Bruxelles. Inoltre, come ha avvertito il ministro Saccomanni, «avrebbe conseguenze sulla credibilità» del Paese non solo in Europa ma anche di fronte ai mercati.
Da parte sua Olli Rehn resta silenzioso. Evidentemente il responsabile europeo dell’economia sa che lo aspetta un duro negoziato con il nuovo governo italiano e non vuole scoprire le carte in anticipo. La conferma è venuta ieri da un secco richiamo al suo collega Antonio Tajani, commissario all’industria, che in una intervista aveva appunto accennato alla possibilità di «interpretare» il Trattato di Maastricht concedendo all’Italia un margine di manovra sui conti pubblici. «L’interpretazione del Patto di stabilità spetta al responsabile degli Affari economici — è stato il secco commento del portavoce della Commissione — Olli Rehn ha affrontato la questione all’Eurogruppo di lunedì: ha detto che è fiducioso che le istituzioni democratiche italiane, non solo faranno un nuovo governo ma che questo affronterà i problemi di competitività e alto debito, e che avrà una linea coerente sul risanamento
dei conti».

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