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Più fiducia ma resta il rischio politico

Le condizioni finanziarie di Eurolandia sono migliorate negli ultimi mesi e anche in Italia sono arrivate alcune buone notizie: l’attenuazione dello spread con i titoli di stato tedeschi, il ritorno degli investitori esteri, la schiarita dei conti con l’estero (il disavanzo della bilancia dei pagamenti correnti si è più che dimezzato rispetto al 2011, scendendo all’1,5% del Pil). A dar conto di questi elementi positivi, frutto di un anno di duri sacrifici, è il rapporto semestrale sulla stabilità finanziaria della Banca d’Italia, nel quale si sottolinea come il calo dei rendimenti sui titoli di Stato e la ripresa degli acquisti esteri «denotano un ritorno di fiducia nella sostenibilità dei conti pubblici italiani».
Lo stesso rapporto, tuttavia, non nasconde gli elementi critici. I maggiori rischi arrivano, da un lato, dalla crescita debole: in tutta Europa il rischio principale «è rappresentato dalla spirale tra bassa crescita economica, crisi del debito sovrano e condizioni del sistema bancario». Dall’altro lato, secondo Bankitalia i timori sui progressi dell’azione di riforma connessi all’incertezza da quadro politico restano un rischio per il costo del debito. Non c’è dubbio, infatti, che uno spread elevato sul debito sovrano finisce con l’esercitare un freno potente sulla crescita economica: «Nostre stime – si legge nel rapporto – indicano che un aumento degli spread sovrani tra Italia e Germania di 100 punti base per la scadenza decennale e di 50 punti base per quella annuale abbasserebbe la crescita del Pil dell’Italia di quasi tre decimi di punto percentuale in ciascuno dei prossimi due anni». «Per scongiurare questo rischio – si sottolinea – a livello nazionale vanno proseguite con determinazione l’azione di risanamento dei conti pubblici e le riforme strutturali volte a innalzare il potenziale di crescita».
Anche uno spread più elevato di quello attuale, oscillante intorno ai 350 basis points non metterebbe a repentaglio la stabilizzazione nel 2013 e la progressiva riduzione del debito pubblico italiano; a condizione, beninteso, di mantenere diritta la barra della politica di risanamento dei conti pubblici. Secondo i calcoli di Bankitalia se per uno shock esterno lo spread tornasse a 500 punti base il rapporto debito/Pil potrebbe riuscire a scendere al 113% del Pil nel 2020. Il percorso sarebbe ovviamente molto più agevole se lo spread piegasse invece verso i 200 punti base, in linea con il valore che le analisi del Fmi e della stessa Banca d’Italia giudicano coerente con i fondamentali dell’economia italiana (nel 2020 il rapporto debito – Pil potrebbe raggiungere il 90%).
Nel rapporto si dà conto del fatto che l’esposizione del sistema bancario verso le amministrazioni pubbliche italiane è aumentata tra settembre 2011 e giugno 2012 di ben 110 miliardi, portandosi a 351 miliardi. Dall’altro lato, si mostra come tra la metà del 2011 e la metà del 2012 gli investitori esteri abbiano ceduto importi cospicui di titoli italiani: se si guarda ai dati dei conti finanziari, la quota dei titoli detenuti dall’estero è scesa dal 52 al 41% della consistenza complessiva. Ma Bankitalia rifà i conti escludendo i titoli nel portafoglio di fondi e gestioni estere riconducibili a investitori italiani e in tal caso le quote sono rispettivamente 47% (giugno 2011) e 33% (giugno 12). Al netto anche dei titoli detenuti dall’Eurosistema la quota di titoli in mani estere si è ridotta di ben 19 punti percentuali, portandosi al 28% della consistenza complessiva.
Il documento Bankitalia, peraltro, esamina anche gli altri comparti del sistema finanziario. Spiega che in Italia la bolla immobiliare non c’è; il sistema bancario è nel complesso solido, nonostante il livello elevato delle sofferenze anche perchè le aziende di credito italiane sono riuscite a far fronte alle tensioni sul lato della raccolta e hanno riconquistato l’accesso ai mercati internazionali. Quanto alle famiglie, «la crisi non sembra averne modificato in misura significativa le condizioni debitorie»; e nonostante le difficoltà del momento, c’è uno scenario «nel complesso equilibrato» anche per le imprese.

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