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Più elettrico e meno CO. I piani delle imprese per la svolta ecologica

Elettrificazione dei trasporti, con un grande piano per le colonnine pubbliche di ricarica. Decarbonizzazione dell’industria, con la cattura della CO 2 e l’idrogeno. Rilancio delle rinnovabili per colmare i ritardi degli ultimi tre anni, dimezzando i tempi dei permessi.
È il ruolo che l’Italia vuole giocare nella transizione energetica che porterà l’Europa a ridurre del 55% le emissioni entro il 2030, per arrivare a fare a meno degli idrocarburi (tranne una piccola quota di gas) entro il 2050. I dettagli lunedì prossimo, quando il premier Mario Draghi assieme al ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani presenterà in Parlamento il Pnrr, il Piano nazionale di resistenza e resilienza. Un passaggio importante perché dei 221 miliardi in arrivo da Bruxelles 69 andranno a progetti per la transizione e l’efficienza energetica. Con il Pnnr ci sarà anche un allegato che contiene un quadro normativo destinato a semplificare le procedure per l’avvio delle opere nel più breve tempo possibile.
L’ appuntamento ha avuto un prologo il 13 aprile scorso, quando Draghi e Cingolani hanno incontrato i manager di cinque grandi gruppi – uno privato, gli altri a controllo pubblico – che della “rivoluzione” verde saranno protagonisti: il presidente di Stellantis John Elkann, gli amministratori delegati Francesco Starace (Enel), Claudio Descalzi (Eni), Marco Alverà (Snam) e Stefano Donnarumma (Terna). La mobilità elettrica avrà un ruolo di primo piano. A quella privata darà un contributo rilevante Stellantis, che in Italia può contare sul piano di investimenti da 5 miliardi lanciato due anni fa da Fca, ancora prima dell’alleanza con Psa, che ha coinvolto la riqualificazione di 55 mila dipendenti, 400 mila addetti della filiera, nonché tutte le fabbriche italiane verso i nuovi modelli ibridi ed elettrici, a partire dal nuovo polo di eccellenza di Torino. L’elettrificazione riguarda il primo gruppo industriale italiano a vari livelli e non solo per la parte industriale, che prevede il 98% di veicoli elettrificati prodotti al 2025 in Europa, con una accelerazione: dalla realizzazione di impianti fotovoltaici per alimentare i punti di ricarica sui piazzali, alla joint venture Free2Move eSolutions con il gruppo Engie- Eps sulla gestione del ciclo vita batterie, all’installazione di punti di ricarica pubblici. Al momento ne sono stati realizzati 10 mila, se ne prevedono 170 mila al 2025.
Sulla mobilità elettrica punta anche Enel, che dedicherà ai trasporti buona parte dei 14 miliardi che verranno investiti in Italia al 2030. I punti di ricarica si parleranno con le auto: la tecnologia Vtg (vehicle- to-grid) permette ai veicoli collegati alla rete sia di prelevare elettricità sia di cederla nel caso di un mancato utilizzo prolungato. Con la controllata Enel X prevede al 2023 l’installazione di 200 mila punti di ricarica. Entro il 2030 saranno 780 mila punti tra pubblici e privati, contro i 175 mila previsti nel 2020. Inoltre, Enel contribuirà a mettere in circolazione fino a 5.500 autobus a zero emissioni.
In quanto gruppo petrolifero, Eni è la società che deve affrontare il passaggio più complesso. Ma la trasformazione obbligata diventa occasione di investimento, con 4 miliardi al 2024 dedicati alla transizione. Il progetto più rilevante riguarda l’impianto per la cattura della CO 2 a Ravenna, uno dei più grandi al mondo: nei giacimenti di gas esausti dell’Adriatico verranno convogliate emissioni delle attività Eni sulla costa (fino a mezzo miliardo di tonnellate) e di altre industrie della provincia.
La trasformazione coinvolge altri impianti storici. Porto Marghera è diventata la prima raffineria al mondo convertita ai biocombustibili grazie alla lavorazione di scarti della produzione alimentare, mentre a Gela si parte dai grassi delle lavorazioni ittiche e della carne per produrre dal biodiesel al bio jet fuel.
Un ruolo nella decarbonizzazione è destinato alla tecnologia dell’idrogeno: non verrà utilizzato nel settore trasporti (ad eccezione delle ferrovie) quanto per ridurre le emissioni delle industrie energivore come le acciaierie (dove il progetto più importante coinvolgerà l’ex Ilva di Taranto). Saranno fondamentali gli investimenti di Snam: 7 miliardi al 2023, la metà destinati all’efficienza dei metanodotti in modo che una quota di idrogeno crescente possa essere trasportato assieme al gas.
Ma perché tutto ciò sia possibile, compresa la crescita delle rinnovabili, la rete ad alta tensione gestita da Terna dovrà essere potenziata, con un programma di 9 miliardi di investimenti al 2025. L’ambizione è fare del nostro Paese un “hub” elettrico del sud Europa dal Nord Africa alla Germania. Terna darà il via ai cantieri per un elettrodotto da 600 milioni dalla Tunisia alla Sicilia, in funzione dal 2027. L’idea è portare l’elettricità dei campi fotovoltaici del Nord Africa al resto d’Europa. Come avverrà con le rinnovabili di Sicilia e Sardegna con il nuovo elettrodotto Tyrrhenian Link da 3,7 miliardi. Anche così, l’Italia avrà un ruolo centrale, è il caso di dirlo, nella decarbonizzazione dell’Europa.
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