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Più difficili da raggiungere gli obiettivi Bce

FRANCOFORTE
Le dichiarazioni del presidente della Federal Reserve, Janet Yellen, che fanno pensare una frenata, se non a uno stop, nel progressivo rialzo dei tassi d’interesse negli Stati Uniti, cambiano lo scenario anche per la Banca centrale europea, in vista del consiglio del prossimo 10 marzo. Allora, come ha detto il presidente della Bce, Mario Draghi, «per decisione unanime il consiglio rivedrà e possibilmente modificherà» la politica monetaria, eventualmente adottando un’ulteriore dose di stimolo.
Fino a qualche tempo fa, le attese che la Fed avrebbe imboccato un percorso di successivi rialzi dei tassi avevano favorito la percezione di una divergenza della politica monetaria sulle due sponde dell’Atlantico, dovuta anche al differente passo della ripresa nelle rispettive economie: alla restrizione della Fed faceva da contrappunto l’aspettativa di nuove misure “accomodanti” della Bce per far risalire l’inflazione. Prima conseguenza di questa divergenza, il rialzo del dollaro nei confronti dell’euro. I dubbi sull’economia americana, anche a causa di eventi esterni come il crollo del petrolio e il rallentamento della Cina, confermati ora dalla posizione del presidente Yellen, hanno modificato questa dinamica, favorendo un recupero dell’euro sul dollaro. Ma più che al rapporto di cambio bilaterale, alla Bce guardano con attenzione due indici che comprendono 19 o 38 valute delle aree con le quali l’Eurozona realizza la quasi totalità degli scambi commerciali. E in questo caso, il rialzo dell’euro è ancora più accentuato, dato che le monete dei principali Paesi emergenti, tutti in frenata se non in contrazione dell’attività, si sono nettamente deprezzate negli ultimi mesi.
Si tratta di una questione, come ha ricordato l’altra sera in un’intervista a una televisione francese il consigliere della Bce responsabile per i rapporti internazionali e per i mercati, Benoit Coeuré, che sarà sul tavolo del G-20 a fine mese a Shanghai. In quell’occasione, verrà ricordato che ci sono impegni sottoscritti dal gruppo che riunisce i maggiori Paesi industriali e le più importanti economie emergenti, in base ai quali tutti evitano di utilizzare svalutazioni competitive per il rilancio delle rispettive economie.
Alla meglio in stallo, e alla peggio in inversione di tendenza il cambio dell’euro, il cui indebolimento aveva favorito in una prima fase la ripresa economica (che a dicembre ha accusato una battuta d’arresto nella produzione industriale nelle tre economie maggiori, Germania, Francia e Italia) e il recupero dell’inflazione (oggi allo 0,4% ma destinata a scendere di nuovo, anche sotto zero), la Bce si trova di fronte a uno scenario meno favorevole. Le nuove proiezioni macroeconomiche dello staff includeranno un netto taglio dell’inflazione per il 2016, rispetto all’1% % di dicembre, e per la prima volta daranno un’indicazione sul 2018.
In consiglio ci sono pareri diversi, emersi già all’ultima riunione di gennaio (il cui resoconto verrà pubblicato la prossima settimana), sull’urgenza di riportare l’inflazione verso l’obiettivo di riavvicinarsi al 2%. I “frenatori”, che comprendono certamente il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, e il membro tedesco del comitato esecutivo, Sabine Latenschlaeger, ex numero due della banca centrale tedesca, hanno finora espresso due obiezioni all’adozione di nuove misure: il fatto che la maggiore pressione disinflazionistica venga dal prezzo del petrolio, un fattore che la Bce non può controllare, e gli effetti collaterali sul sistema finanziario della misura più gettonata, un ulteriore taglio al tasso sui depositi delle banche presso la Bce stessa, già ora negativo per 30 punti base. Il fatto che le banche maggiormente penalizzate da questa “tassa” sulla liquidità parcheggiata a Francoforte siano le tedesche, oltre che le francesi, accentua le perplessità di questi consiglieri, soprattutto in questo momento in cui soprattutto Deutsche Bank si è trovata nel mirino degli investitori. Finora, Draghi ha risposto che la Bce è responsabile, come da mandato, della stabilità dei prezzi, non degli utili delle banche e che l’esperienza di altri Paesi, dove il tasso è ancor più negativo (100 punti base in Svezia, 75 in Svizzera), non mostra ripercussioni pesanti sui bilanci bancari. A Draghi e ai suoi alleati in consiglio resta ancora un mese per mettere a punto le prossime mosse.

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