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«Più crescita, ma pesa l’instabilità»

Un ritocco al rialzo, sia per quest’anno che per il prossimo: nel 2016 il Pil italiano salirà dello 0,9% e nel 2017 dello 0,8 per cento. Alcuni decimali in più rispetto alle previsioni di settembre, che erano rispettivamente +0,7 e + 0,5. Una crescita che continuerà anche nel 2018, arrivando all’1% (considerando non praticabile l’aumento delle imposte indirette). «L’economia torna ad avanzare, lentamente e a corrente alternata», è scritto nel rapporto del Centro studi di Confindustria, presentato ieri.
Come ha spiegato il direttore del Csc, Luca Paolazzi, siamo ad uno «snodo cruciale» della lunga crisi e si potrebbe verificare «una svolta positiva». Giocano in positivo alcuni fattori internazionali, tra cui la ripresa Usa, una maggior fiducia dei mercati finanziari, l’allontanarsi della «pericolosa soglia zero» dell’inflazione, un andamento più solido del commercio internazionale, l’era dei tassi ai minimi storici. In particolare per l’Italia c’è stato un migliore andamento dell’economia nel 2016, superiore alle attese per quanto riguarda la seconda metà dell’anno, e si attendono gli effetti della legge di bilancio, «che prevede il ricorso a un po’ più di flessibilità nel rapporto deficit-Pil e un forte effetto leva sugli investimenti in macchinari, grazie agli stimoli fiscali». Pesa in negativo l’aumento del prezzo del petrolio «che sottrae potere d’acquisto ai consumatori ed erode i già bassi margini delle imprese».
Ma c’è un’incognita: «L’incertezza politica rappresenta un significativo rischio al ribasso», avverte il Centro studi di Confindustria. Le previsioni, ha spiegato Paolazzi, non tengono conto delle potenziali conseguenze della crisi di governo. «Se non si dovesse sviluppare in modo ordinato potrà peggiorare le aspettative di famiglie e imprese, oltre che dei mercati finanziari e incidere sulla già fragile risalita della domanda interna e delle attività produttive. L’eventuale instabilità politica depotenzierebbe gli stessi incentivi agli investimenti».
Invece, bisognerebbe «marciare a velocità più che doppia per chiudere il divario» con gli altri paesi, che nel frattempo sono andati avanti. E quindi per far sì che l’Italia cresca a ritmi più elevati bisogna «tenere alta la tensione sulla questione industriale», specie a favore degli investimenti, evitare che «finisca su un binario morto» il piano Industria 4.0, così come sono determinanti politiche attive per il lavoro e l’internazionalizzazione. «Un eventuale traccheggiamento non inciderebbe solo sul prossimo biennio, ma avrebbe conseguenze anche per gli anni venire». La crescita resterebbe troppo bassa. Anche se il paese è abituato ai cambi di governo, sottolinea il Centro studi, il contesto attuale è di un «arretramento del benessere e di sfilacciamento sociale e politico che non ha precedenti nel dopoguerra».
È vero che dal mondo del lavoro arrivano segnali positivi: alla fine del prossimo biennio l’occupazione avrà recuperato 905mila unità rispetto ai minimi di fine 2013(il tasso di disoccupazione sarà al 9,6% a fine 2018 dal picco di 12,8% di inizio 2014), ma sarà ancora di 1,1 milioni di unità inferiore rispetto al massimo di inizio 2008.
I poveri assoluti, quantifica il Csc, sono 4,6 milioni, con un incremento del 157% rispetto al 2007, in gran parte tra giovani e al Sud. Bisogna affrontare i «gravi problemi e ostacoli» che frenano la crescita: il credito, elevata tassazione, competitività di costo erosa, lentezza della giustizia, tempi lunghi della Pa, troppe norme e di difficile applicazione e interpretazione, l’alta disoccupazione, soprattutto giovanile.
Il Jobs act, ha sottolineato il rapporto del Csc, e gli incentivi hanno portato ad un «miglioramento qualitativo» dell’occupazione, quasi il 75% dei 478mila posti dipendenti creati da fine 2014 a oggi sono a tempo indeterminato. Altro elemento messo in evidenza, il problema della produttività italiana: nel 2017 tornerà positiva, +0,3, ma aumenterà anche il costo del lavoro, +1,0. Di conseguenza il costo del lavoro per unità di prodotto il prossimo anno aumenterà dello 0,7%, come nel 2016.

Nicoletta Picchio

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