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«Più crescita, il declino non è ineluttabile»

di Stefania Tamburello

ROMA — «Tornare alla crescita» . Per Mario Draghi «è stato un punto fisso» del suo mandato di governatore ed è anche l’esortazione di chiusura delle Considerazioni finali all’assemblea della Banca d’Italia. Probabilmente le ultime visto che dal primo novembre— la nomina sarà varata dal Consiglio europeo il 24-25 giugno— assumerà la presidenza della Bce, al posto di Jean-Claude Trichet. Sono passati poco più di cinque anni dal suo primo richiamo da governatore alla necessità di uscire dall’ «economia insabbiata» , per contrastare i segni di un «declino non ineluttabile» . «Poco da allora è stato fatto» rileva però Draghi citando «l’inutilità delle prediche» di Luigi Einaudi. E chiamando in campo, in sintonia con le celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia, lo spirito risorgimentale di Cavour: «La politica, che sola ha il potere di tradurre le analisi in leggi, purtroppo non fa propria la frase di Cavour "le riforme compiute a tempo, invece di indebolire l’autorità, la rafforzano"» . Un richiamo dunque all’incapacità dei governanti di assumere quando servono decisioni anche impopolari per incentivare lo sviluppo. Ed anche l’indicazione di un «nuovo punto di partenza» per riprendere il percorso della crescita, nonostante i ritardi e le poche cose fatte. «Occorre sconfiggere gli interessi corporativi che in più modi opprimono il Paese» , dice Draghi. Ma in Italia, continua, «c’è un’inedita condivisione della diagnosi dei problemi che affliggono l’economia. Va raggiunta un’unità di intenti sulle linee di fondo da intraprendere. Ciò che può unire è più forte di ciò che divide» . Anche se poi le cose da fare non lasciano alternativa: «Oggi bisogna in primo luogo ricondurre il bilancio pubblico a elemento di stabilità e di propulsione della crescita economica, portandolo senza indugio al pareggio, procedendo ad una ricomposizione della spesa a vantaggio della crescita, riducendo l’onere fiscale che grava su tanti lavoratori» . Il governatore riconosce gli sforzi fatti dal governo per ridurre il disavanzo, considera «appropriati» gli obiettivi del pareggio del bilancio nel 2014 e l’anticipo della manovra correttiva, e ritiene «veramente apprezzabili» i recuperi di gettito fiscale conseguiti finora. Ma di contro sollecita di ridurre «in misura significativa le aliquote, elevate, sui redditi dei lavoratori e delle imprese» e dice no ai tagli uniformi di tutte le voci di spesa. Bisogna intervenire voce per voce, dice richiamando la politica dello spending review inaugurata dall’ex ministro, recentemente scomparso, Tommaso Padoa-Schioppa. Bisogna poi assolutamente ottenere il recupero della produttività che ristagna sotto la perdita progressiva di competitività. E qui Draghi indica per la prima volta 8 possibili interventi, dalla giustizia civile al recupero delle donne nel mercato del lavoro, dopo aver insistito, una volta di più, sulla necessità dell’impresa di aumentare le dimensioni e di a svincolarsi dalla gestione familiare. Visto che fra le aziende manufatturiere con almeno 10 addetti, «quelle in cui sia il controllo sia la gestione sono esclusivamente familiari sono il 60%in Italia, meno del 30%in Germania e in Francia» . Forte è il riferimento di Draghi all’Europa e forte è il richiamo al ruolo della Banca d’Italia, di cui ricorda la recente riorganizzazione. Ma è sul «merito ed indipendenza» di chi lavora a Palazzo Koch che insiste rimarcando che— e si può vedere in questo un indicazione a privilegiare la successione interna al suo incarico — «sono valori da preservare se si vuole che il paese continui a giovarsi di una voce autorevole e senza interessi di parte» . Il capitolo finale sulle banche è forse il più positivo perché il sistema, in particolare le aziende di maggiore dimensione, hanno accolto le sollecitazioni a rafforzare il proprio capitale in anticipo rispetto all’entrata in vigore dei nuovi parametri di Basilea 3. Anche se, dice Draghi rinnovando l’invito a fare una legge sulle Popolari, «non è vero» quanto tali banche sostengono che la maggiore patrimonializzazione si traduca in un innalzamento dei costi per la clientela.

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