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Più chance per sospendere la sentenza

Più chance per la sospensione delle sentenze impugnate. L’agenzia delle Entrate «apre» sul punto e con una recente direttiva suggerisce agli uffici di non rilevare più l’inammissibilità della richiesta.
Facciamo un passo indietro. Nel processo tributario esiste la tutela cautelare (articolo 47 del Dlgs 546/1992) per sospendere l’esecuzione dell’atto impugnato in attesa che il giudice si pronunci sul ricorso: è un’istanza proposta dal contribuente alla Ctp, qualora il pagamento delle somme richieste a titolo provvisorio possa arrecare un danno grave e irreparabile. Questa possibilità è stata concessa solo sugli atti impugnati e non sulle sentenze successivamente emesse, in conseguenza di un’interpretazione restrittiva dell’articolo 49 del Dlgs 546/1992. Così, mentre per il primo grado di giudizio è sempre esistita una tutela cautelare per i successivi (appello e ricorso per Cassazione) la possibilità era preclusa. Il contribuente, dunque, in pendenza di un processo era tenuto in ogni caso a versare le somme previste dalla sentenza in quanto non poteva contare su alcun tipo di tutela.
Nell’aderire a un’interpretazione costituzionalmente orientata delle norme in questione, la sentenza 109/2012 della Consulta ha ammesso la sospensione cautelare anche per le sentenze tributarie. Nell’occasione la Corte costituzionale ha anche rilevato che la Cassazione era (già all’epoca) prevalentemente orientata in tal senso. La sentenza 2845/2012, infatti, ha ritenuto che al ricorso su una pronuncia della Ctr trovasse applicazione l’articolo 373 del Codice di procedura civile, secondo il quale il giudice che l’ha emessa può disporne la sospensione su istanza di parte e qualora dall’esecuzione possa derivare un danno grave e irreparabile.
Gli indirizzi
Nonostante i chiarimenti della Consulta e della Cassazione, gli uffici dell’amministrazione finanziaria hanno rilevato finora l’inapplicabilità di una richiesta di sospensione della sentenza di primo grado o di appello al processo tributario. Ma una recente direttiva della direzione centrale Affari legali sembra risolvere definitivamente la questione. Il documento invita espressamente gli uffici a non opporsi alle istanze di sospensione proposte nei successivi gradi di giudizio, proprio in recepimento dei principi affermati dalla giurisprudenza. Tuttavia precisa che è necessario prestare particolare attenzione alle prove fornite dal contribuente per attestare l’esistenza dei requisiti necessari affinché la sospensione possa essere accordata.
I requisiti necessari
La sospensione delle sentenze richiede il fumus boni iuris e il periculum in mora. Per quanto riguarda il primo, il contribuente deve avvalorare la fondatezza dell’impugnazione con riferimento a vizi o errori contenuti nella sentenza. Il periculum, invece, deve essere provato in riferimento ai danni che potrebbero conseguire al pagamento delle somme contenute nella pronuncia impugnata. Mentre gli uffici dovranno dimostrare il rischio dell’impossibilità di riscossione, evidenziando l’eventuale inaffidabilità del debitore.
La competenza
Un’altra questione dibattuta è il giudice a cui presentare la richiesta di sospensione per le sentenze emesse dalla Ctp. Alcune commissioni regionali, infatti, dichiarano l’inammissibilità della richiesta, in quanto ritengono competente il giudice di primo grado che l’ha emessa. Altre, invece, procedono senza problemi nella decisione. La direttiva dell’Agenzia ritiene che l’istanza va in ogni caso rivolta al giudice d’appello, a prescindere che si tratti dell’impugnazione della pronuncia di primo o secondo grado.
Le penalità
L’Agenzia ricorda poi che il giudice può condannare la parte a una pena pecuniaria non inferiore a 250 euro e non superiore a 10mila euro se l’istanza si rivela inammissibile o infondata (articolo 283, comma 2, del Codice di procedura civile).

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