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Più chance al patteggiamento

Un imputato può chiedere il patteggiamento anche nel corso del dibattimento quando il pubblico ministero contesta un’aggravante che non emergeva dal capo d’imputazione. A patto che la nuova contestazione riguardi un fatto che già risultava dagli atti d’indagine. La Corte costituzionale ha così dichiarato l’illegittimità parziale dell’articolo 517 del Codice di procedura penale. La pronuncia, la n. 184, depositata ieri e scritta da Giorgio Lattanzi, ha così ritenuto fondate le perplessità espresse dal tribunale di Roma sulla lesione del diritto di difesa da parte di una norma che impediva la restituzione in termini dell’imputato per la richiesta di applicazione della pena a fronte di circostanze aggravanti, fatte valere per la prima volta in dibattimento dal Pm, ma già note sin dalla fase delle indagini preliminari.
La sentenza parte dalla considerazione per cui la giurisprudenza della Cassazione, con una lettura estensiva delle norme, ha previsto che le nuove contestazioni, disciplinate dagli articoli 516 e 517 del Codice di procedura penale, possono essere basate anche sui soli elementi già acquisiti dal pubblico ministero nel corso delle indagini preliminari. Una maniera per correggere possibili patologie nell’azione dell’accusa, rimediando a incompletezze o errori commessi nella formulazione dell’imputazione.
A fronte di questa posizione, però, avverte la Corte costituzionale, vanno tenute presenti le esigenze di tutela del diritto di difesa. In questa prospettiva, se è vero che il Codice, a fronte di nuove contestazioni in dibattimento, aveva previsto la concessione di nuovi termini a difesa, erano però rimasti esclusi i riti alternativi premiali, come il patteggiamento. Esclusione problematica, visto che l’imputato, davanti a nuovi elementi di accusa, avrebbe potuto valutare la possibilità di chiedere i riti alternativi, se i termini non fossero già trascorsi.
La Consulta nel 1994 aveva affrontato un tema analogo a quello ora sollevato, stabilendo l’illegittimità degli articoli 516 e 517 nella parte in cui non permettevano all’imputato di chiedere il patteggiamento per il fatto diverso o il reato concorrente, per fatti che risultavano dagli atti di indagine e che venivano fatti valere dal pubblico ministero in dibattimento. Per la Corte, allora, l’inizio del dibattimento non doveva impedire all’imputato di essere rimesso nelle condizioni di valutare una scelta che, invece, gli era stata preclusa dall’omissione del Pm.
Vero che la pronuncia di 20 anni fa riguardava i soli casi del fatto diverso e del reato concorrente, ma la logica che ora dovrebbe applicare la Corte davanti all’aggravante “tardiva” non è molto diversa. Per la sentenza di ieri infatti «anche la trasformazione dell’originaria imputazione in un’ipotesi circostanziata (o pluricircostanziata) determina un significativo mutamento del quadro processuale. Le circostanze in questione possono incidere sull’entità della sanzione, anche in modo rilevante, laddove il legislatore contempla la previsione di pene di specie diversa o di pene della stessa specie, ma con limiti edittali indipendenti da quelli stabiliti per il reato base, o, talvolta, sullo stesso regime di procedibilità del reato o, ancora, sull’applicabilità di alcune sanzioni sostitutive».
Non vale poi sostenere che il giudice potrebbe bilanciare l’aggravante con un’attenuante. L’attenuante, infatti, dovrebbe esistere e poi essere anche prevalente. Quindi, se è l’impostazione data dal pubblico ministero al processo a dover essere corretta, allora l’imputato deve comunque avere una chance di accesso al patteggiamento attraverso la restituzione in termini, tenuto contro, tra l’altro, che un effetto di economia processuale è evidente.

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