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Più cautela dopo il Toro di gennaio

Il primo mese del 2013 è stato sfavillante, ma adesso bisogna capire come proseguirà l’anno. Gli investitori che seguono anche la statistiche borsistiche più “strane” sono euforici. La regola del january effect, tagliata su misura per l’S&P 500, dice che quando nei primi trenta giorni dell’anno il listino è in salita rispetto al 31 dicembre precedente, nell’80% dei casi sarà positivo tutto l’anno.
Il listino principe di Wall Street a gennaio ha chiuso in rialzo del 5%, quindi il segnale è ok. Se a questo si aggiunge che nell’ultima seduta del mese anche la delusione sull’andamento del Pil americano nel quarto trimestre 2012 (-0,1%, contro un’attesa del +1,1%) è stata assorbita tutto sommato senza grandi traumi e che l’indice di volatilità è stabile sotto quota 16, si vede che – al di là di possibili, rapide turbolenze – il quadro generale per ora resta solido.
Un ragionamento analogo vale per l’Europa, dove da inizio anno l’Ftse–Mib è salito di circa il 7% malgrado due “sberle” come lo scandalo Mps e il profit warning di Saipem, Parigi del 2,5%, Madrid del 2,4% e Francoforte del 2,15 per cento. «Il quadro di fondo resta quindi positivo – sottolineano a www.websim.it –, con qualche allerta per gli eccessi di breve che possono scatenare violente correzioni, come abbiamo visto, ma non un’inversione del trend».
Il punto è che però la spinta di gennaio ha portato molti benchmark in prossimità dei primi obiettivi di rialzo che erano stati calcolati per l’intero anno, quindi c’è da chiedersi – anche se al momento il rialzo potrebbe proseguire – quale sarà la sua estensione temporale.
Più concretamente, pur restando attiva la propensione al rischio, gli investitori iniziano a interrogarsi sulla possibile crescita di Stati Uniti ed Europa nei mesi a venire. «A preoccupare sono soprattutto l’attività manifatturiera e la disoccupazione del Vecchio Continente, mentre al di là dell’Oceano l’interpretazione del dato del mercato del lavoro è complicata da segnali contrastanti oltre che dal dilemma (ancora irrisolto) circa gli effetti benefici dell’accordo sul fiscal cliff raggiunto a inizio anno», sottolineano in una nota Michael Hewson e Tim Waterer di Cmc Markets.
Gli analisti di Hsbc Global Research restano comunque moderatamente ottimisti. A inizio anno prevedevano un incremento medio dei listini globali attorno al 15% nel 2013, oggi – dopo il rialzo di gennaio – confermano che entro l’anno c’è ancora spazio per un 10% circa di guadagno (gli obiettivi per le principali piazze azionarie e i relativi upside aggiornati nei grafici in pagina). Anche se a breve una correzione, dopo la corsa degli ultimi mesi, è possibile.
Oggi i gestori, soprattutto in Europa, dicono a Hsbc, sono più ottimisti rispetto a metà 2012. «Quasi tutti – sostengono gli analisti della casa di investimento – concordano sul fatto che la crescita del prodotto lordo europeo sarà molto bassa, al di sotto del 2%, ma sono anche ottimisti sulle potenzialità dei mercati azionari grazie alla combinazione fra interventi della Bce, avanzamento delle riforme strutturali, basse valutazioni, utili che comunque dovrebbero crescere del 10% e lieve miglioramento degli indicatori economici».
Certamente i rischi non mancano (dalla possibilità di un nuovo salvataggio greco fino all’attesa delle elezioni italiane), ma appaiono sotto controllo. E quindi, in linea generale, i money manager stanno sovrappesando l’equity europeo.
Maggiore cautela è invece registrata fra i gestori americani («forse anche perchè li abbiamo sentiti a dicembre, quando la questione del fiscal cliff dominava sulle pagine dei giornali», osservano però a Hsbc), che pensano che le questioni politiche interne degli States condizioneranno i mercati nella prima parte dell’anno. Più pessimistico invece l’atteggiamento dei responsabili di investimento in Asia, soprattutto per i problemi strutturali in Cina (sofferenze bancarie, necessità di un giro di vite sulla corruzione e un lento recupero dei profitti).
Tutto questo, secondo Hsbc, ha effetto anche sugli indicatori di sentiment. Il livello attuale è positivo, ma non ancora sufficiente per giustificare una decisa riduzione del rischio.
Da qui una ragionevole cautela degli analisti di Hsbc che – pur con un mood ancora favorevole all’azionario – restano sottopeso sugli Stati Uniti e sovrappeso sull’Europa (in particolare su Germania, Spagna e Svizzera, mentre l’atteggiamento è negativo sull’Italia). Tagliate anche le aspettative sul Giappone, sia per ragioni macroeconomiche interne che per la minore convenienza dei prezzi.
Un richiamo a non farsi prendere da facili entusiasmi viene infine anche da Andrew Pease, global head di Investment Strategy di Russell Investments. «Siamo solo alla fine di gennaio – dice – e i mercati hanno già raggiunto il nostro target di fine anno che vedeva l’indice S&P 500 a 1.500 punti. Questo non ci porta a essere ribassisti, ma ci induce a essere cauti. Continuiamo a ritenere che nel medio termine le azioni sovraperformino le obbligazioni, ma nel più breve periodo è bene ricordare che i mercati si muovono secondo cicli di ottimismo e pessimismo».

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