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Più capitale, adesso le banche puntano al tesoro di Bankitalia

di Stefania Tamburello

ROMA — La Banca d’Italia gela subito ogni possibile aspettativa. Sul tema del riassetto del suo capitale non c’è nulla di nuovo. Le regole non si cambiano, fanno sapere da Palazzo Koch. A riaprire la questione è stato ieri un articolo in prima pagina del Financial Times sull’idea maturata presso le banche italiane di rivalutare le proprie partecipazioni nell’Istituto di via Nazionale sulla base dell’incremento delle quotazioni delle riserve auree della stessa banca centrale. Il tutto, rileva non troppo benevolmente il quotidiano britannico, per rafforzare il patrimonio senza ricorrere ad apporti di risorse fresche e rispettare così i nuovi requisiti di Basilea3. Anche il presidente dell’Abi, Giuseppe Mussari nega che vi sia alcuna ipotesi a riguardo, ma non v’è dubbio che Ft abbia rilanciato i rumors e le indiscrezioni che da qualche giorno circolano sulla piazza finanziaria di Milano e che sono rimbalzate anche a Verona, lo scorso fine settimana, in occasione dell’assemblea annuale del Forex a cui sono intervenuti il governatore Mario Draghi e molti banchieri. La questione non è nuova come non è una novità la voglia dei banchieri di valorizzare le rispettive quote per far fronte alle difficoltà della crisi e del dopo crisi. Prima fra tutte quella di aumentare ricavi e redditività e di rafforzare il capitale anche accantonando gli utili invece che distribuirli ai propri azionisti. I problemi sono molti. A cominciare da una significativa diffidenza e resistenza della stessa Banca d’Italia a varare un riassetto che potrebbe— hanno affermato più di una volta i suoi vertici— minacciare la propria autonomia. E che richiederebbe cambiamenti normativi, statutari e regolamentari di una certa complessità. Senza contare che le norme di Vigilanza impongono di sterilizzare, cioè di dedurre, le rivalutazioni fatte finora delle partecipazioni in Bankitalia dal patrimonio valido per i parametri di Basilea3. E poi ci sono gli standard internazionali da rispettare e le sollecitazioni di Draghi che proprio a Verona ha fatto capire alle banche che dovranno rafforzare il capitale con risorse fresche e non con artifizi contabili. Le incognite e gli interrogativi aperti sono comunque consistenti. Come nel passato ha dimostrato il naufragio della norma della legge sul risparmio, entrata in vigore nel gennaio 2006, che dava tre anni di tempo per completare il passaggio allo Stato o ad altri soggetti pubblici delle quote in mano alle banche (55 su 64 partecipanti): i termini si esaurirono senza che si fosse risolto neanche uno dei problemi. Ad iniziare dal più grosso: quanto vale la Banca d’Italia e come si può valutarla. Anche perché entrò in gioco l’enorme divario tra quanto il Tesoro era disposto ad offrire (800 milioni di euro) e quanto invece i gruppi creditizi chiedevano (20 miliardi). Ma anche le perplessità di Draghi verso un cambiamento così radicale e rischioso per il modello giuridico istituzionale della Banca senza che vi fosse urgenza. Visto che per statuto e per legge i partecipanti non hanno alcuna voce in capitolo nella gestione e quindi non rappresentano una fonte di conflitto di interesse.

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