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Pirelli, titolo sopra l’Opa Tronchetti ai dipendenti “Posti non a rischio”

I 15 euro per azione offerti agli azionisti Pirelli per fare sgommare la società via da Piazza Affari sono considerati dal mercato un prezzo basso. Altrimenti non si spiegherebbe perché ieri, nel primo giorno di Borsa utile dopo l’ufficializzazione domenica sera del passaggio del controllo a ChemChina, le azioni si siano ulteriormente allontanate dal prezzo del lancio dell’offerta pubblica (Opa). Ieri i titoli del gruppo degli pneumatici hanno terminato in rialzo dell’1,77% a 15,5 euro, con volumi scambiati pari al 4,5% del capitale, dopo che già venerdì scorso – con le prime conferme delle trattative – erano scattati sopra i 15 euro messi sul piatto dai cinesi con gli attuali soci. Un segnale del mercato che le potenzialità derivanti dallo scorporo della divisione industriale, operazione chiave nel riassetto in partenza, collocano il prezzo delle azioni sopra i 15 euro offerti. Per gli analisti di Equita Sim il prezzo obiettivo di Pirelli è di 15,5 euro, per Mediobanca sale a 16 euro e per Credit Suisse balza fino a 22 euro.

È un po’ come se il mercato chiedesse di non ritirare da Piazza Affari le azioni a questo prezzo per poter beneficiare dello scorporo della divisione degli pneumatici per i mezzi pesanti. Paradossalmente, però, il senso dell’Opa con il contestuale ritiro delle azioni da Piazza Affari è proprio quello di rendere più agevole le separazione della parte industriale (il fatto di non essere quotata creerebbe a Pirelli molti meno problemi e vincoli). Come se ne esce? Per il mercato, alzando il prezzo dell’Opa o staccando un bel dividendo straordinario prima di avviare il riassetto della catena di controllo.
Va, inoltre, considerato che siccome la riorganizzazione non sarà attuata prima dell’estate, il responso di Piazza Affari potrebbe ancora cambiare. Anche perché a fine marzo il consiglio di amministrazione di Pirelli deciderà l’ammontare del dividendo ordinario, che in ogni caso sarà staccato prima dell’avvio del riassetto. Questo significa che soltanto il prezzo di Borsa al netto del valore della cedola (gli analisti, in media, si aspettano 0,4 euro per azione ordinaria) potrà essere confrontato con quello dell’Opa. Ieri, tra l’altro, in Borsa sono balzate anche le azioni Saras (+4,78%) perché il mercato sembra attendersi un riassetto a monte per certi aspetti analogo a quello di Pirelli. Complici le sanzioni occidentali, i russi di Rosneft, oltre che nella Bicocca (di cui ora hanno il 13%), potrebbero fare un passo indietro anche nella società di raffinazione petrolifera, che partecipano per il 21% accanto alle quote di controllo dei due fratelli Moratti. Saras ormai da mesi sta tentando, senza successo, di avviare con Rosneft una società paritetica nel commercio di greggio.
Intanto, anche in risposta ai sindacati che nei giorni scorsi avevano manifestato preoccupazioni per il passaggio del controllo ai cinesi, ieri il numero uno di Pirelli Marco Tronchetti Provera ha scritto ai dipendenti. L’accordo con ChemChina, ha assicurato il presidente e amministratore delegato, «non avrà alcun impatto sull’occupazione. Le nostre fabbriche e più in generale l’occupazione non potranno che beneficiare, in prospettiva, dell’ingresso del nuovo azionista». Il gruppo Pirelli impiega nel mondo circa 37mila dipendenti, quasi 3.200 dei quali in Italia, mentre opera attraverso 19 stabilimenti distribuiti in 13 diversi paesi (da noi ce ne sono due, oltre al quartier generale) più uno in fase di apertura in Indonesia. E ancora, ha assicurato Tronchetti: «La sede operativa e la Ricerca rimarranno in Italia. Le tecnologie non potranno essere cedute a terzi. Tutte le proposte sulla gestione sulle strategie e sulle scelte dei manager del gruppo potranno essere fatte solo dal ceo di Pirelli » e cioè da Tronchetti, che resterà in sella fino al 2021.
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