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Pirelli studia nuove alleanze nei camion

Non è da ieri, quando Camfin è stata sospesa per eccesso di rialzo – con un +17,73% finale che l’ha catapultata a 0,82 euro – che non ci sono più i margini per l’intervento di un operatore di private equity nel riassetto della catena societaria che porta a Pirelli. I fondi Investindustrial di Andrea Bonomi e Clessidra di Claudio Sposito avevano trattato con Marco Tronchetti Provera per un progetto di accorciamento della catena societaria che porta a Pirelli, ma l’accordo non era stato poi finalizzato stante il contenzioso aperto con la famiglia Malacalza, partner in lite di Tronchetti, che ha scoraggiato i due operatori di private equity a concludere prima che fosse risolta la questione. La questione ancora non si è risolta, e nel frattempo i prezzi sono scappati – intorno a 1 euro Camfin non sarebbe più a sconto sul suo net asset value – chiudendo i potenziali margini di guadagno per il private equity, per natura investitore di medio termine, ma finanziario.
Al di là dell’evidente impasse ai piani alti, Tronchetti mantiene comunque l’obiettivo di riassetto del gruppo che potrebbe sposarsi, ma non necessariamente, con un progetto industriale al quale Pirelli, a prescindere, sta lavorando da tempo. Il gruppo dei pneumatici ha due divisioni. L’una, quella delle gomme per autoveicoli che è stata riposizionata sul segmento premium del mercato, la gamma alta di produzione. L’altra, quella dei pneumatici per autocarri e mezzi pesanti, che per redditività è rimasta più indietro. L’obiettivo al quale Pirelli sta lavorando è quello di costituire una joint-venture con un partner industriale di un Paese emergente per ampliare i mercati di sbocco nella divisione delle gomme per mezzi pesanti. Non c’è ancora, a quanto risulta, un soggetto identificato, ma gli interlocutori con i quali si sta sondando il terreno sono cinque gruppi cinesi, un paio coreani e i russi. Tempi di maturazione comunque non brevissimi.
A fronte di un progetto industriale, e collateralmente a questo, il partner in joint o un investitore di lungo termine collegato potrebbe partecipare al riassetto del gruppo, seguendo lo schema-base dell’accorciamento della catena societaria con l’eliminazione della “scatola” Camfin. Di fatto l’investitore che condividesse un progetto industriale si sostituirebbe alla casella che avrebbero dovuto occupare i fondi di private equity, ma con qualche variazione strutturale. Alla fine del processo si otterrebbe sempre un azionariato Pirelli frazionato sul modello public company, così come è avvenuto per l’ex Pirelli Cavi, ribattezzata Prysmian, che non ha “padroni”, ha concluso con successo l’acquisizione dell’olandese Draka – all’inizio interessata, a ruoli inversi, ad acquisire i cavi della Bicocca – ed era arrivata in Borsa, per un certo periodo, a capitalizzare anche più della società dalla quale si era staccata. Tuttavia, l’investitore-industriale si troverebbe a entrare nel gruppo con un’ottica diversa. Entrando in Camfin – questo resta lo schema – non a sconto, bensì potenzialmente a premio, con un obiettivo di remunerazione dell’investimento nel lungo periodo che accompagni lo sviluppo industriale. Al termine, il nuovo investitore potrebbe trovarsi in portafoglio una quota di Pirelli indicativamente intorno al 10%. Il patto di sindacato, appena rinnovato per un anno, a quel punto non avrebbe più senso di esistere e la decisione se restare o meno nell’azionariato sarebbe guidata solo dalle prospettive e dai risultati aziendali. Uno scenario, comunque, ancora molto prematuro.

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