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«Pirelli è italiana non la cambieremo Una contro-Opa? Senza successo»

Ren Jianxin, l’uomo che con Marco Tronchetti Provera ha disegnato l’operazione Pirelli-Cina, si presenta con semplicità: «È domenica, possiamo fare a meno della cravatta», dice sorridendo nella sala riunioni del grattacielo bianco di Pechino dov’è il quartier generale del colosso statale ChemChina. «Se permettete vi riassumo la situazione». Parla mettendosi più volte la mano sul cuore per assicurare sincerità e rispetto nei confronti del partner italiano e illustrare il piano industriale. «Anzitutto, non intendiamo cambiare Pirelli, l’azienda è italiana e manterrà la sua autonomia, perché solo il suo management italiano, la sua capacità tecnologica e il prestigio del suo marchio frutto di 150 anni di storia possono garantire lo sviluppo». 
«Scusate se abbiamo aspettato un po’ prima di accettare un colloquio con la stampa, ma in questi giorni la nostra prima preoccupazione è stata evitare il rischio di una contro-offerta». Ren Jianxin, 57 anni, presidente di China National Chemical Corp. (ChemChina) per illustrare questi concetti ha impiegato un’ora, poi si è aperto alle domande di quattro giornali occidentali, tra i quali il Corriere della Sera . «Abbiamo molto tempo, possiamo proseguire anche a pranzo», dice in un non comune slancio di disponibilità per un manager di Stato in Cina.
Che cosa fareste di fronte a un’offerta di acquisto rivale? Il titolo Pirelli venerdì a Milano si scambiava sopra i 15 euro fissati per il vostro ingresso di maggioranza, segno che qualcuno crede in un rilancio dell’Opa.
«C’è molta liquidità a tassi bassi sul mercato, potrebbe scatenarsi una competizione al buio. Ma un tentativo del genere danneggerebbe gli investitori di Pirelli e anche la strategia di lungo termine dell’azienda».
Signor Ren, come reagirebbe ChemChina se questa contro-Opa ostile dovesse verificarsi?
«Noi abbiamo un obiettivo industriale, il nostro budget è stato messo sul tavolo», risponde il supermanager lasciando intendere che non accetterebbero la gara al rialzo. «Però, un’offerta senza il sostegno del management di Pirelli e con l’opposizione di Tronchetti Provera non funzionerebbe; se dovesse esserci un altro investitore, finanziario, farebbe bene a unirsi a noi che abbiamo un progetto industriale. ChemChina ha voluto il 51% perché serve a garantire un piano preciso e concordato di crescita dell’azienda».
Qual è questa strategia per Pirelli acquisita da ChemChina?
«Non mi piace parlare di “acquisizione”, suona aggressivo, è un investimento. Pirelli è leader nel settore premium degli pneumatici delle automobili di qualità, ma è meno forte nelle gomme per mezzi agricoli e industriali, dove invece siamo ben collocati noi. In Cina oggi ci sono 107 automobili per 1000 abitanti, si calcola che saranno più del doppio nel 2024: 252 auto ogni 1000 persone. I consumatori cinesi cominciano a guardare sempre di più alla qualità: Pirelli con noi ha grandi prospettive di crescita in Cina e in tutta l’Asia».
Che rapporto ha con Tronchetti Provera?
«Lo conosco da tre anni, lo ritengo un maestro, per questo Marco resterà amministratore delegato per i prossimi cinque anni e poi potrà scegliersi il successore. È un uomo responsabile verso il suo Paese, verso i suoi colleghi del management e verso i dipendenti».
Signor Ren, ma anche lei è sicuramente leale al suo Paese e alla sua azienda. Il problema è che ChemChina che prende il controllo di Pirelli è di proprietà dello Stato cinese: come si comporterebbe se dovesse scegliere tra l’interesse del gruppo italiano e quello di Pechino?
«Siamo in luna di miele e la sua domanda è altamente provocatoria», dice ridendo e mettendo di nuovo la mano sul cuore: «L’interesse nazionale è molto importante, ma non deve andare contro l’interesse commerciale. Io non sono un politico, io sono in affari. Se ci fosse una divergenza di interessi cercherei il consenso con la minoranza di azionisti di Pirelli. In un bel matrimonio bisogna fare compromessi».
ChemChina è di proprietà statale, Pirelli privata: come può funzionare questa unione?
«Io ho cominciato un’attività nel 1984 ottenendo un prestito di 10 mila yuan, meno di 1.500 euro di oggi, dal mio datore di lavoro, pubblico. Sono sempre rimasto nello Stato. Ma da trent’anni la Cina è un’economia di mercato. Io credo che il privato porti l’innovazione, ma che non sia bene la proprietà aziendale di un singolo, servono più azionisti per portare più idee e gestire. E poi, credo anche che le grandi svolte sono frutto dello sforzo pubblico: guardiamo per esempio alle conquiste spaziali. Comunque, quello che conta è che ChemChina crede nel talento e Pirelli ha una storia di grande competenza e qualità, esattamente quello che serve a conquistare il mercato cinese».
C’è il rischio di sovrapposizioni tra la produzione di Pirelli e quella del partner cinese? Potrebbero esserci tagli del personale Pirelli?
«L’accordo è per aumentare la produzione e la quota di mercato, questo significa assumere, non ridurre la forza lavoro. Guardi che mi piacerebbe anche invitare i sindacati italiani a discutere con noi qui a Pechino, al momento opportuno».
Tra le tradizioni di Pirelli c’è il famoso Calendario. Lo conosce?
«Me lo hanno mostrato a Milano, il contenuto mi ha fatto capire che Marco è anche un uomo carismatico», risponde arrossendo un po’.
Il presidente Xi Jinping ha lanciato una campagna moralista, dai saloni dell’auto sono state bandite le modelle poco vestite, è stata censurata una serie tv con un’attrice dalla scollatura che da noi sarebbe innocentissima. Il Calendario Pirelli in Cina sarà sacrificato sull’altare del matrimonio con ChemChina?
«So che è a tiratura limitata… le ho detto tutto», sorride.
Qualcuno teme lo spostamento del quartier generale di Pirelli, che anche il suo know how finisca a Pechino.
«Sarebbe impossibile, perché la storia e il cuore di Pirelli sono nati e cresciuti in Italia, a Milano. Una rilocalizzazione sarebbe un errore culturale e industriale e noi non abbiamo intenzione di danneggiare il marchio e la capacità tecnologica dell’azienda: sono due componenti essenziali per il successo comune in Cina. Io spero anche che Pirelli a fine operazione possa rientrare nella Borsa di Milano».
Sono passate tre ore dall’inizio del colloquio, Ren Jianxin propone di terminare a pranzo. Davanti a una scodella di noodle del Gansu, abbondantemente conditi con peperoncino, si lancia in un paragone da appassionato di cucina: «Vedete, Pirelli è Pirelli come gli spaghetti sono spaghetti, non si possono cambiare in noodle cinesi, il sapore è diverso; la vostra pasta è un marchio globalizzato, più dei nostri noodle».
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