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Pir a quota 5 mld in pochi mesi

I Pir mettono le ali alle azioni delle Pmi. Ma i rischi sono sempre in agguato. Dal debutto, a gennaio scorso, fino a oggi, i Piani individuali di risparmio (Pir) hanno registrato un favore insperato tra il pubblico dei risparmiatori italiani, arrivando a superare i 5 miliardi di euro di capitali sottoscritti e puntando dritto al traguardo dei 10 miliardi entro la fine dell’anno.

Un risultato eccezionale, che avvicina il target del ministero dell’Economia di 16-18 miliardi di sottoscrizioni entro cinque anni.

«I Pir sono fondi comuni di investimento che devono investire il 70% del loro capitale in strumenti azionari e obbligazionari di aziende italiane o con stabile organizzazione in Italia. E di questo 70%, il 30% deve essere investito in aziende medio piccole che sono, poi, la stragrande maggioranza delle imprese italiane e che fanno più fatica a trovare accesso al credito e a sostenere la competizione globale», ha spiegato Gilberto Bassi, partner manager di Copernico Sim. «Una bella idea, tanto più grazie all’aggiunta del regalo dell’assenza di tassazione sui guadagni dopo cinque anni dalla sottoscrizione dell’investimento».

E così, gli effetti di questo boom dei Piani individuali di risparmio non si è fatto attendere. Almeno sull’Alternative Investment Market (Aim) di Piazza Affari, il listino dedicato alle piccole società. «In soli sette mesi la liquidità dell’Aim Italia ha raggiunto la soglia di 1 miliardo di euro, triplicando il valore dello scorso anno (pari a 295 milioni di euro, ndr)», ha spiegato Anna Lambiase, amministratore delegato di Ir Top secondo cui, per la prima volta, il segmento di Borsa Italiana ha raggiunto il valore record di 4,7 miliardi di euro di capitalizzazione. «Il 75% del mercato ha registrato performance positive da inizio anno, pari in media al +56%, con l’indice Ftse Aim in progresso del 22% da gennaio, mentre la liquidità è quintuplicata in termini di controvalore medio giornaliero passando dai 24mila euro del 2016 ai 113mila di quest’anno (+442%)», ha continuato Lambiase.

A beneficiare di questa situazione sono state soprattutto le società attive nel settore delle telecomunicazioni che hanno registrato la crescita più consistente da inizio 2017, pari al +106%, seguite dal settore servizi (+104%) e dall’industria (+77%). Più contenute, ma sempre eccezionali, le performance delle società dei settori media e delle energie rinnovabili (+38%), cura della persona (+27%) e chimica (+26%). Fanalino di coda, si fa per dire, il segmento moda e lusso i cui titoli quotati all’Aim hanno segnato una crescita media da inizio anno del 9 per cento. Ma non sono tutte rose e fiori.

Al di là delle buone intenzioni del governo per drenare verso le imprese una parte dei 4 mila miliardi di euro di risparmi detenuti dalle famiglie sopperendo, in questo modo, alle difficoltà di accesso al credito bancario da parte delle Pmi, i Piani individuali di risparmio potrebbero celare delle insidie per i risparmiatori meno attenti.

«Ci troviamo di fronte a un effetto moda che ha coinvolto tutte le case di investimento italiane, comprese quelle estere che operano in Italia: nessuna di loro si può permettere di non offrire Pir ai propri clienti, anche perché il cliente italiano è sensibile al vantaggio fiscale», ha spiegato Riccardo Ambrosetti, presidente di Ambrosetti Asset Management Sim.

«Sicuramente i Pir hanno portato denaro fresco sul mercato e sono una buona idea. Tant’è che, se li avessimo avuti vent’anni fa, non avremmo oggi un sistema così bancocentrico come quello attuale», ha aggiunto Mario Fumei, private banker di Fineco secondo cui il problema è dato dal fatto che i Pir avrebbero lo scopo di spingere sempre più Pmi italiane a quotarsi. Ma la mostruosa burocrazia e gli alti costi legati alla quotazione continuano a fare da deterrente allo sbarco in Borsa dei piccoli imprenditori. «I Pir sono una buona idea, ma bisognava proporli al mercato insieme a una netta semplificazione dell’accesso a Piazza Affari, altrimenti rischiano di non servire al rafforzamento e al mantenimento in Italia delle Pmi».

Al di là di questo, i Piani individuali di risparmio potrebbero rappresentare un investimento difficile da gestire per i risparmiatori meno informati. Soprattutto in un momento in cui l’attrattività degli sgravi fiscali sta gonfiando oltre misura i volumi di un listino troppo piccolo come quello dell’Aim di Milano con il rischio che si finisca per creare una bolla speculativa.

«A furia di comprare, i prezzi sono saliti. Ma questo è accaduto indipendentemente da valutazioni professionali di costo-convenienza», ha ammesso Ambrosetti secondo cui uno dei problemi delle società quotate all’Aim è proprio legato alla scarsa copertura analitica dei titoli a bassa capitalizzazione. «Mancano quegli strumenti di valutazione che sono alla base di una decisione di investimento», ha avvertito l’esperto. «Un boom, che come tutte le mode, potrebbe esaurirsi presto, trasformandosi nella bolla che molti paventavano».

A conferma dei timori di Ambrosetti sono arrivate le dichiarazioni del presidente di Assosim, Michele Calzolari: «il boom di raccolta registrato dai Pir rischia di attrarre verso Piazza Affari anche aziende dai fondamentali non sufficientemente solidi, interessate a sfruttare il momentum favorevole». Secondo Calzolari, il segmento si starebbe dunque trasformando in un pericoloso Far West. «La grande sfida è quella di fare sbarcare sul mercato aziende piccole ma buone. In altre parole, la scommessa non è portare sul mercato aziende bensì aziende di qualità».

Tancredi Cerne

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