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Pininfarina, voci di controfferta da Cheyne

Si allarga la corsa per acquisire il controllo di Pininfarina e il titolo riprende a correre in Borsa. Oltre agli indiani di Mahindra, secondo quanto risulta all’agenzia Radiocor, si è fatto avanti anche il fondo Cheyne Capital per rilevare il gruppo torinese attivo nell’ingegneria e nel design automobilistico.
Cheyne Capital è un hedge fund basato a Londra con sedi anche negli Stati Uniti, Bermuda e Svizzera ed è specializzato in investimenti alternativi; è stato creato nel 2000 da Jonathan Lourie e Stuart Fiertz, due ex banchieri della Morgan Stanley, che sono tuttora presidente e amministratore delegato.
I primi contatti, scrive l’agenzia, sono avvenuti nell’autunno scorso. Il fondo, insieme a un gruppo di investitori riuniti in un club deal, ha manifestato un primo interesse iniziale chiedendo un’esclusiva e successivamente ha presentato un’offerta vincolante soggetta alla ristrutturazione del debito e alla necessità di raggiungere un accordo con le banche (queste ultime sono infatti titolari dei diritti di voto avendo in pegno dal 2009 i titoli della holding Pincar).
Fin qui la ricostruzione di Radiocor. L’eventuale offerta di Cheyne si aggiungerebbe a quella del gruppo indiano Mahindra; l’interesse di quest’ultimo è stato confermato la settimana scorsa dalla stessa Pininfarina su sollecitazione della Consob, dopo che i contatti erano trapelati sui media.
Ieri le azioni Pininfarina hanno guadagnato l’8,68% in Piazza Affari e chiuso a 5,695 euro dopo essere state sospese in asta di volatilità; il guadagno dal martedì precedente, ultima seduta prima delle indiscrezioni su un’offerta Mahindra, sfiora ormai il 40 per cento, e la capitalizzazione supera i 170 milioni di euro. Dalla Pininfarina non sono arrivati commenti su Cheyne, che secondo Radiocor punterebbe su una proposta che prevede Opa, rimborso di una parte del debito e aumento di capitale a sostegno del rilancio del gruppo.
La Pininfarina è attualmente in fase di ristrutturazione all’interno di un processo iniziato nel 2008. Le azioni del gruppo torinese sono detenute per il 76% da Pincar, la holding della famiglia Pininfarina, ma su di esse è iscritto un pegno a favore delle tredici banche creditrici. La società operativa quotata ha reso noto il progetto di bilancio per il 2014 che vede un risultato operativo di 3,9 milioni (dal rosso di 3,3 di un anno prima) e una perdita netta ridotta a 1,3 milioni di euro dai 10,3 dell’anno precedente; per il 2015 si prevede però un risultato operativo di nuovo in perdita e un aumento del debito netto.
La necessità di un partner è confermata dal documento, dove si legge che «il consiglio di amministrazione (…) sta lavorando a diverse ipotesi volte a raggiungere la definitiva messa in sicurezza del gruppo Pininfarina attraverso il reperimento delle risorse necessarie allo sviluppo e la stabilizzazione dei flussi finanziari con nuove opportunità economiche e commerciali nei settori strategici».
Secondo Radiocor Mahindra, che in questi mesi è stata a guardare, potrebbe uscire allo scoperto entro metà aprile, la data entro la quale Pininfarina ha chiesto di fare chiarezza sulle reali intenzioni del gruppo; la soluzione indiana darebbe maggiori garanzie sul piano industriale rispetto a quelle offerte dal fondo Cheyne.
Un eventuale acquirente del 76% dovrebbe poi lanciare l’Opa sul flottante? Non è certo. L’obbligo di Opa previsto per chi superi il 30% di una società quotata prevede (all’articolo 106 comma 5 del T.u.F.) una serie di deroghe, tra cui quella per i casi in cui il superamento avvenga in caso di «operazioni dirette al salvataggio di società in crisi». Sarà in ogni caso la Consob a decidere se l’obbligo sussiste o meno.

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