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Pimco e banche d’affari: sui mercati torna il rischio-Italia

Tre “streghe” si aggirano sulla Borsa e sui titoli di Stato italiani. La crisi delle banche venete, con il rischio di bail-in, è la prima. La più vicina. Il voto anticipato in autunno, con il rischio di successiva ingovernabilità o di vittoria dei partiti anti-euro, è la seconda. La fine del quantitative easing della Bce, cioè delle iniezioni di liquidità, è la terza. Queste tre “streghe”, ma soprattutto la seconda, stanno creando non poca apprensione sui mercati internazionali nei confronti dell’Italia: si moltiplicano infatti i report delle banche d’affari che sottolineano il crescente rischio-Italia e che consigliano di ridurre l’esposizione sul Paese. E ieri Bloomberg ha scritto che Pimco, cioè il più grande fondo obbligazionario al mondo, sarebbe uscito dall’Italia. Il fondo americano, contattato dal Sole 24 Ore, ha però ridimensionato la notizia sostenendo che da inizio anno ha semplicemente ridotto l’esposizione sul nostro Paese da «sovrappeso» a «neutrale». Non una fuga, ma un ridimensionamento. Ma il dato resta: dopo quasi un anno di luna di miele con i mercati, la Penisola rischia insomma di tornare sotto l’occhio del ciclone finanziario.
Per ora, a dire il vero, il mercato non è certo in preda al panico. È salito lo spread dei titoli di Stato (cioè il differenziale che separa i nostri BTp dai sicuri e granitici Bund tedeschi), ma l’aumento non è certo drammatico: ieri i titoli di Stato italiani erano costretti ad offrire 198 centesimi di punto percentuale più dei titoli tedeschi per trovare qualcuno disposti a comprarli, in linea con la chiusura di venerdì. A inizio anno lo spread era a 155 punti base: l’aumento dunque c’è stato, ma nulla di drammatico. I rendimenti dei BTp decennali ieri sono saliti al 2,27% dal 2,25% di venerdì (poca cosa dunque) anche se a inizio anno viaggiavano all’1,74%. Rendimenti in rialzo e spread in aumento segnalano insomma che l’apprensione c’è. E lo stesso accade in Borsa: ieri Piazza Affari è stata la Borsa peggiore d’Europa (-0,99%), con le banche (su cui si scaricano solitamente le tensioni) penalizzate.
Ma più delle performance finanziarie, che non mostrano alcun panico allo stato attuale, sono indicativi dell’umore le opinioni delle banche d’affari. Bank of America consiglia ai suoi clienti di cercare rendimenti fuori dall’Italia, JP Morgan prevede aumenti dello spread in caso di elezioni anticipate. Gli economisti di Commerzbank sono usciti con un report sull’Italia che, già dal titolo, non lascia scampo ad equivoci: «Italia, o la va o la spacca per l’eurozona».
Quello che spaventa i mercati è la difficoltà ad immaginare l’esito del voto. Nell’ipotesi più gettonata l’Italia potrebbe restare ingovernabile, con un Parlamento diviso in tre blocchi: scenario negativo per un Paese con un debito gigantesco. Nell’ipotesi più temuta, invece, a vincere saranno i partiti no-euro, magari – ipotizza Commerzbank – alleati tra di loro. Sebbene l’ipotesi di un’uscita dell’Italia dall’euro sia ritenuta minoritaria, alcuni report la prendono in considerazione come scenario estremo. Questo impensierisce gli investitori internazionali: il pericolo, dal loro punto di vista, è che i BTp vengano convertiti da una moneta forte (l’euro) a una debole (la lira), causando loro perdite in termini valutari. Questo, unito alla probabile fine degli stimoli monetari della Bce nel 2018 e alla crisi delle banche venete, aumenta le pressioni sull’Italia. Per ora senza drammi.

Morya Longo

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