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Pil sotto il livello del 2000, debito record

ROMA — Il Pil ha fatto un salto indietro di tredici anni e, messo a rapporto con il debito, ha raggiunto un nuovo record negativo. I consumi sono scesi a picco, visto che le famiglie italiane stanno ormai tagliando anche la spesa alimentare e la sanità. L’unica buona notizia è che ce l’abbiamo fatta a mantenere il rapporto tra deficit e Pil in linea con la fatidica soglia del 3 per cento e che la pressione fiscale è leggermente scesa.
Che il 2013, per l’economia italiana, non fosse stata una buona annata lo si era già capito: ora l’Istat lo ha certificato con
i numeri. Quelli sulla ricchezza prodotta, per esempio: il Pil nel 2013 ha fatto un altro balzo all’indietro (meno 1,9 per cento) rispetto al 2012. Ci si può consolare pensando che il tonfo è stato meno secco rispetto all’anno precedente (meno 2,4 fra 2011 e 2012), ma va detto che — quanto a volumi — di caduta in caduta siamo tornati indietro ai livelli del Duemila. Un dato negativo
che ha pesato anche sul rapporto fra debito pubblico e Pil, lievitato al 132,6 per cento (era a quota 127 nel 2012). Il peggioramento non è stato una sorpresa (il Def dava per scontato un rapporto al 133 per cento), ma non si vedeva un livello peggiore dal 1990, anno dal quale l’Istat fa partire la serie storica.
Di contrasto va detto che i sacrifici e la “manovrina” varata dal governo Letta hanno pagato: anche nel 2013 ce l’abbiamo fatta a non sforare la soglia del 3 per cento nel rapporto deficit/ Pil rispondendo così ai dettami di Bruxelles (in valore assoluto siamo a meno 47,3 miliardi). L’avanzo primario — la differenza fra la spesa pubblica e le entrate tributarie ed extratributarie al netto degli interessi — è sceso però a 34,7 miliardi, pari al
2,2 per cento del Pil (era il 2,5 del 2012). Anche sul fronte delle tasse c’è stato un lieve miglioramento: la pressione fiscale è passata dal 44 al 43,8 per cento. Merito del taglio alle imposte dirette (la cancellazione dell’Imu sulla prima casa prima di tutto) bilanciato da un aumento di quelle indirette (Ires). Certo di tale taglio non ne hanno beneficiato i consumi, penalizzati da
tagli lineari su tutti i settori. Le famiglie hanno speso 21,6 miliardi in meno rispetto all’anno precedente (meno 2,6 per cento), limitando anche l’alimentare (meno 3,1 per cento) e la spesa in farmaci, visite mediche ed esami clinici (meno 5,7).
La discesa dell’inflazione non ha pagato, anzi ormai tutta l’Europa teme gli effetti recessivi della deflazione. Ne ha parlato Christine Lagarde, direttore generale del Fondo monetario: «L’Eurozona sta finalmente uscendo da una recessione profonda — ha detto — ma un periodo prolungato di bassa inflazione potrebbe far deragliare la ripresa». Sul fatto che ormai il bicchiere si possa considerare «mezzo pieno» è d’accordo anche Mario Draghi, presidente della Bce: «Stiamo andando nella direzione giusta, possiamo dire che il peggio è passato — ha spiegato — ma è troppo presto per dire “missione compiuta”. I cittadini soffrono dell’aggiustamento, la disoccupazione è ancora troppo elevata, gli Stati devono correggere gli squilibri».

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