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Pil pro capite: baratro tra Nord e Sud

Il reddito d’impresa non abita nel Mezzogiorno. Se, infatti, il reddito da lavoro dipendente per occupato è superiore al Centro Nord di solo (potremmo dire) il 14,8 per cento, il complessivo prodotto interno pro capite che incorpora anche il risultato dell’intrapresa presenta tra Nord e Sud profondi divari che diventano voragine se si compara il territorio più ricco, la Provincia autonoma di Bolzano, a quello più povero, la Calabria, che non raggiunge il 40 per cento del livello della prima.
Sono alcuni tra i dati più interessanti che si ricavano dalla lettura dell’ultimo bollettino rilasciato dall’Istat, l’Istituto statistico nazionale che periodicamente misura lo stato di salute del Paese attraverso la fornitura e la comparazione di alcuni parametri indicativi dell’andamento dell’economia. In questo caso il riferimento è agli anni 2011-2013.
Dunque, persiste il divario tra le diverse parti del Paese con un pil per abitante che nel Nord-Ovest è di 33,5 mila euro, nel Nord-Est di 31,4 mila, nel Centro di 29,4 mila e nel Sud di 17,2 mila euro. Si può facilmente notare la ripida caduta tra i valori dei primi tre dati, abbastanza omogenei, e il quarto che è inferiore del 45,8 per cento rispetto la media degli altri.
Insomma, in termini di ricchezza pro capite le regioni meridionali valgono la metà di quelle settentrionali. E, come già detto, a fare la differenza sono soprattutto i ricavi delle attività d’impresa, i profitti, che al Sud devono essere giunti al lumicino se i dati del lavoro dipendente, in gran parte pubblico ma anche privato, in qualche modo tengono il passo.
Tra le curiosità che vale la pena di rilevare c’è che in sole due realtà territoriali, nel 2013, il pil procapite non diminuisce: sono la Provincia di Bolzano e la Campania, naturalmente tarate su livelli assoluti assai distanti dal momento che la prima è in cima alla classifica con 39,8 mila euro e la seconda al quart’ultimo posto con 17 mila euro. Stanno peggio la Sicilia, la Puglia e la Calabria che chiude la serie con 15,5 mila euro.
Anche la spesa per i consumi delle famiglie denuncia il classico divario – e non potrebbe essere diversamente – con una media nazionale di 16,3 mila euro che diventa 18,3 mila euro nel Centro-Nord e 12,5 mila euro al Sud con una differenza del 31,7 per cento e quindi inferiore alla distanza della ricchezza. Vuol dire che, stante il basso reddito complessivo, nel Mezzogiorno si consuma in proporzione più che al Nord dove aumenta il risparmio e il possibile investimento.
Quanto alle attività che determinano il valore aggiunto pro capite, sono i servizi alle imprese, finanziari e immobiliari a fare la parte del leone (29 per cento) con il Lazio al primo posto nel terziario (85 per cento). Il contributo dell’industria è più alto nel Veneto e nell’Emilia Romagna che pareggiano con il 24 per cento, nel Friuli e nelle Marche (23 per cento) e incredibilmente in Piemonte e Basilicata (22 per cento) risultando quest’ultima la più industrializzata regione del Mezzogiorno grazie alla presenza dello stabilimento Fiat a Melfi.
Quasi tutte le regioni presentano una caduta dell’occupazione (-2,2 per cento nella media) tra gli anni osservati 2011-2013 tranne le Provincie di Bolzano e Trento (+ 2,2 e +1,3 per cento), e la Lombardia (+0,4 per cento). Le peggiori perfomance riguardano la Calabria (- 8,1 per cento), il Molise (- 8 per cento ampiamente recuperato, tuttavia, dalle recenti assunzioni proprio a Melfi), la Sardegna (-7,5 per cento) e la Sicilia (-7,4 per cento) che già partivano da posizioni di grande sfavore.
In particolare, il settore più disastrato in termini di distruzione di posti di lavoro è quello delle costruzioni dal rilancio del quale, com’è intuitivo, ci sono le maggiori aspettative di ripresa.
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