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Pil, prezzi, export: due crisi allo specchio

L’ultimo schiaffo è arrivato dalla fiducia dei consumatori, scesa ai minimi storici secondo l’Istat: 85,3. A giugno 2009 – nel pieno della crisi accelerata dal crac Lehman e che ha lasciato il passo a una “ripresina” solo nel 2010 – il dato era ben maggiore: 101,8. Allo stesso tempo, esattamente quattro anni fa – il 25 giugno 2009 – l’allora governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, alla presentazione del rapporto sull’economia abruzzese lanciava l’ennesimo alert sulla situazione dell’economia italiana, prospettando un crollo del Pil del 5 per cento. Oggi l’ipotesi di flessione a fine anno è ben differente (-1,5%), ma come allora il Paese è in recessione tecnica, avendo inanellato più di due trimestri di calo. Dalla fiducia, al Pil e ad altri indicatori, non mancano analogie e differenze, e quindi argomenti a favore o contrari a chi vede nel periodo attuale i tratti di una nuova grande crisi come quella del 2008-2009.
Crollo o ripiegamento?
Insomma, un autentico spauracchio da far tremare i polsi, che ha in un eventuale double dip il suo incubo peggiore. Anche perché le condizioni di partenza sono diverse. Fra marzo 2009 e marzo 2012 il tessuto produttivo si è ristretto di oltre 45mila unità (dati Movimprese). Inoltre, sul fronte del mercato del lavoro, rispetto al massimo di aprile 2008 gli occupati – al netto della stagionalità – sono diminuiti di 597mila unità (elaborazioni Confartigianato su dati Istat). Si comprende bene che ad attutire il colpo dovrebbero essere spalle molto meno solide di quelle di allora.
«Dagli effetti del terremoto alla tenuta dell’euro – afferma Fabrizio Guelpa, del Servizio studi di Intesa Sanpaolo – ci sono variabili che possono cambiare il quadro. A ogni modo la profondità dell’attuale contrazione dovrebbe essere inferiore a quella registrata nella crisi del 2008-2009». Alla base di questa previsione c’è la considerazione del fatto che «la crisi di quegli anni era sincronizzata a livello globale; quella attuale è specifica e domestica e pertanto colpirà la domanda interna in misura simile ad allora, ma in tono minore l’export e gli investimenti, visto il legame con la domanda dall’estero».
Guardare oltre i confini nazionali, quindi, se non può evitare di far pensare a un 2012 di recessione, sembrerebbe mettere al riparo dai timori di una crisi stile 2009. Del resto, il -12% in volume del commercio mondiale a fine 2009 è il risultato peggiore dal 1945. Da allora, le vendite all’estero italiane hanno più che recuperato i livelli pre-crisi. Oggi però le ultime stime del Wto indicano per il 2012 un interscambio globale in crescita del 3,7%: meno del +5% del 2011 e del +5,4% di media ventennale.
Fra nodi e segnali di ripresa
«Mi soffermerei di più sul dato degli investimenti – è il parere di Stefano Manzocchi, ordinario di Economia internazionale alla Luiss -. Da qualche trimestre i numeri sono brutti e questo è un problema, perché segnala una scarsa dinamica del mercato interno, ma anche poca fiducia nel sistema Paese. La sensazione è che si sia arrivati a un punto in cui è necessario affrontare i nostri grandi nodi strutturali: tasse, costo dell’energia, credito e costo del lavoro». Il tutto con un’aggravante: «Rispetto al 2009 – dice Manzocchi – non c’è una crisi globale. Rimanendo fermi in un momento come questo, mentre altri avanzano, si rischia di finire relegati ai margini».
Su questo punto concorda Paolo Preti, docente di Organizzazione delle Pmi all’Università Bocconi, che invita a non ragionare in termini di momento migliore o peggiore, ma a considerare questo periodo «una fase di cambiamento, che va colta. Si può pensare che si sta peggio che in passato, ma poi è anche vero che gli spread sono stati altissimi anche negli anni 70 e 80, quando i BoT rendevano il 14-15 per cento. Al contempo quel che è tragicamente successo in occasione del terremoto ci ha dimostrato che ci sono aziende che lavorano anche di notte e su tre turni. Ci sono insomma segnali di vivacità che il Governo in primis deve cogliere e sostenere».
Euro, variabile decisiva
C’è comunque un inevitabile convitato di pietra, talmente importante da poter far saltare il banco. In caso di default dell’euro, commentano dal Centro studi Confindustria, «ci sarebbero conseguenze disastrose dalle quali non si salverebbe nessuno». Un allarme, questo, che da Viale dell’Astronomia è partito a più riprese negli ultimi tempi e che il presidente Giorgio Squinzi ha ribadito venerdì.
Rispetto al 2009 il rischio dell’implosione dell’Eurozona è ritenuta una delle due differenze negative. L’altra sta nel fatto che «tutte le armi di politica economica per rilanciare l’economia sono state usate, con i tassi zero, con i quantitative easing, con deficit pubblici enormi. I Paesi emergenti hanno ancora un po’ di spazio di manovra; quelli avanzati pochissimo».
Accanto a queste, tuttavia, ci sono altre differenze in positivo. Innanzitutto il fatto che la crisi sia «per ora confinata all’Eurozona. In meglio, poi, c’è anche l’aggiustamento, per quanto non del tutto finito, avvenuto nel mercato immobiliare e nei bilanci delle famiglie negli Stati Uniti».

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